L’istituto, Stephen King (Sperling & Kupfer 2019) a cura di Micol Borzatta

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Tim Jamieson, dopo una perfetta carriera nelle forze dell’ordine si dimette a causa di un errore con due ragazzini che si picchiavano e una pistola di plastica, così decide di lasciare tutto e trasferirsi a Dupray, dove trova un posto come guardia notturna, ma quando una notte salva uno dei fratelli della pompa di benzina che era rimasto ferito durante una rapina, viene assunto come agente nella polizia di Dupray.

Minneapolis

I coniugi Ellis vengono chiamati dal direttore della scuola del figlio, una scuola per geni, per essere messi al corrente che il figlio dodicenne Luke, il mese successivo, avrebbe sostenuto i test d’ingresso per essere ammesso a due college contemporaneamente, uno dei due è il MIT.

Luke però non è solo un genio, quando è frustrato, a casa, riesce a spostare gli oggetti con la forza del pensiero.

La notte del giorno degli esami, la vita di Luke cambia totalmente.

Con il buio un SUV si avvicina a casa sua, Robin, Denny e Michelle entrano in casa, ammazzano i genitori di Luke e lo rapiscono mentre dorme.

Da questo momento abbiamo un cambio della narrazione, da un ritmo tranquillo e calmo, a un ritmo più ansiogeno e pieno di terrore.

Infatti ci svegliamo insieme a Luke in una stanza totalmente uguale alla sua ma senza finestre, una stanza all’interno di un edificio militare pieno di serrature elettroniche e con altri quattro ragazzi che gli parlano di esperimenti, punture e studi per valutare la loro capacità paranormale.

Lo stile diventa disorientante, come disorientato è Luke, ed è proprio questa una della bravure dell’autore,saperti coinvolgere al punto tale da trasformarti nel protagonista e iniziare a vivere i fatti in prima persona.

I personaggi sono come sempre molto ben caratterizzati al punto che si possono riconoscere senza che venga scritto il nome, basta solamente il loro modo di agire e parlare.

Anche il modo di reagire e di pensare è completamente realistico e congruo sia alle situazioni che all’età.

Il rapporto tra Tim e Luke lo si scoprirà solo molto avanti nella lettura, ma questo è un ulteriore stimolo che porta a divorare il romanzo.

Micol Borzatta

Copia di prorpietà
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The chain, Adrian McKinty (Longanesi 2019) a cura di Micol Borzatta

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Kylie ha solo tredici anni quando, ferma alla fermata dell’autobus che deve portarla a scuola, viene rapita.

Quel giorno Rachel non può portare la figlia a scuola, ha un appuntamento dall’oncologa, un appuntamento di controllo, ma potrebbe essere la conferma della loro nuova vita, del loro nuovo inizio, ma le cose non vanno come dovrebbero.

Rachel riceve una telefonata, hanno rapito sua figlia. La donna al telefono le dà una serie di regole da rispettare, ma la più importante è non interrompere la catena.

La Catena è l’unica cosa importante e coloro che l’hanno creata faranno di tutto per proteggerla.

Chi chiama Rachel è una donna a cui a sua volta hanno rapito il figlio e lo potrà riavere escusivamente se Rachel rispetta le regole.

È così che inizia questo romanzo, catapultandoci subito in uno stato di ansia mentre partecipiamo alla telefonata e al panico che aumenta di Rachel, mentre deve decidere se chiamare la polizia e mettere a repentaglio la vita di due ragazzi o seguire le regole della Catena e rapire a sua volta un bambino.

Da questo momento il libro cambia totalmente. Il ritmo ansiogeno sparisce, azioni, reazioni, comportamenti, pensieri sono completamente irreali e per niente verosimili, i personaggi sono piatti, per nulla caratterizzati.

Il romanzo prende una piega quasi comica, persone normalissime diventano dei perfetti criminali, non attirano mai l’attenzione, nessuno riesce a prenderli o a capire cosa stiano facendo.

Mi ha lasciata davvero interdetta la facilità con cui Rachel riesce a mettere in pratica tutto, io ad esempio non saprei da dove incominciare. E non mi riferisco all’acquisto armi o dei prepagati, che ovviamente in America sono gestiti in modo diverso ed è semplice acquistarli, ma mi riferisco alla ricerca della famiglia successiva, tutto troppo semplice.

Kylie invece ha delle reazioni un po’ troppo mature per una bambina di tredici anni, nemmeno un adulto starebbe così calmo in una situazione simile, ma si farebbe prendere dal panico, per lo meno all’inizio, mentre lei è sempre calma, lucida e ragiona con una razionalità incredibile.

A suo favore ha la brevità dei capitoli che permette una lettura veloce, perché di altro non ha nulla.

Un romanzo con alla base un’idea davvero originale e innovativa, ma purtroppo a mio giudizio sviluppata male, resa troppo semplicistica e surreale, e con un lavoro di editing pessimo, in cui oltre a refusi e a errori grammaticali, abbiamo anche i personaggi che vengono chiamati con i nomi sbagliati.

Non commento mai il lavoro di editing, ma questa volta è davvero troppo incisivo sulla lettura di un testo che è già di per sé fallace.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

Tadgame, Adam Thomas (Self Publishing 2019) a cura di Micol Borzatta

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Il Tadgame è un realiy show misterioso che ogni anno convoca 12 ragazzi da tutto il mondo e li getta in un ambiente ostile dove solo grazie alle loro abilità fisiche e mentali riusciranno ad affrontare e vincere le sfide proposte dal Master e raggiungere così la fama mondiale.

Quell’anno è il turno di Matthew, un ragazzino viziato che vive con la madre e il patrigno e che riesce a spendere in cellulari in una settimana l’equivalente dello stipendio di sei mesi del suo maggiordomo.

Il carattere di Matthew è molto forte, purtroppo però in negativo. Sprezzante, sarcastico, irrispettoso, maleducato, è il classico bullo della situazione di cui hanno tutti il terrore, madre compresa, specialmente da quando aveva smesso di prendere i suoi farmaci diventando un pericolo per la società.

Macquarie, Australia.

L’arrivo sull’isola è molto turbolenta, l’elicottero militare che trasporta i dodici ragazzi sembra quasi precipitare e l’ex stazione militare che doveva contenere i computer più avanzati e le istruzioni del Master è invece un complesso di edifici abbandonati.

Dopo aver cercato in tutto il complesso, i ragazzi scoprono che gli unici oggetti lasciati per loro dalla Tad Legue sono una serie di armi.

Mentre passano la prima notte a cercare di capire, due giocatrici vengono sventrate e l’arma è una di quelle che avevano trovato.

Romanzo abbastanza corto, autopubblicato, molto ben scritto, peccato che sembra un miscuglio tra Hunger GamesDieci piccoli indiani.

Fin dall’inizio si capisce che il Tadgame non è quello che i ragazzi credono, dalle frasi dei genitori di Matthew che sanno già che il ragazzo non tornerà e che saranno liberi da questo nuovo futuro possibile serial killer, perché è così che viene descritto, proprio come Samantah.

Infatti vedendo come sono questi due personaggi si può capire la funzione dei Tadgames, ma ;poi conosciamo gli altri dieci personaggi, classici ragazzi tra i sedici e i diciotto anni e non si comprende più nulla.

È proprio questo senso di confusione che attira il lettore a continuare la lettura per riuscire a capire qualcosa.

Il ritmo è molto cadenzato portando a finire il romanzo in due o tre ore senza mai interromperlo.

Bellissimi anche i colpi di scena che dimostrano come spesso le apparenza ingannano.

Una lettura disturbante e sconvolgente.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

Il salto mortale, Kenzaburo Oe (Garzanti 2006) a cura di Micol Borzatta

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Giappone contemporaneo

Ogi è un ragazzo ingenuo, senza malizia e senza cattiveria, un sognatore, ed è proprio questo suo modo di essere che lo porta nelle grinfie di Maestro e Guida, i fondatori di una setta che si nascondono dietro a finti messaggi di pace per reclutare membri in previsione della fine del mondo.

Come in ogni setta il potere è detenuto solo dai fondatori che dichiarano di parlare direttamente con Dio e di fare la sua volontà, fino a quando si arriverà al punto che i seguaci metteranno in pratica le loro farneticazioni e Maestro e Guida spariranno, lavandosene le mani in modo da mantenere un’apparenza innocente, mistica e onesta.

Il romanzo nasce da un fatto di cronaca avvenuto a Tokyo il 20 marzo 1995, quando alcuni membri della setta religiosa Aum Shinrikyo, fondata da Shoko Asahara, hanno disperso un gas nervino letale, il Sarin, nei sotterranei della metropolitana provocando dodici morti e seimila persone intossicate.

Il libro vuole denunciare la società giapponese con le sue credenze che portano all’esasperazione dell’essere, ma risulta essere una denuncia più generalizzata, essendo ormai tutto il mondo legato a gesti terroristici, estremistici, esaltati, in cui si comunica solo con atti di violenza mascherati da messaggi di pace.

Con uno stile molto crudo Oe vuole puntare il dito contro le ossessioni della società, contro l’angoscia della morte, e il voler a tutti i costi trovare una consolazione, un perdono per paura di dover pagare nell’aldilà le conseguenze dei nostri gesti e delle nostre scelte.

Molto spazio viene dato sia alle descrizioni che ai dialoghi spesso lunghi monologhi, che rallentano la lettura, ma trasmettono appieno la situazione psicologica e mentale dei personaggi, i loro dilemma interiore, i loro dubbi, la loro lotta.

La storia in sé e il ritmo narrativo non sono adatti a qualsiasi lettore, ma solo a chi si è già avvicinato alla narrativa asiatica, l’ha interiorizzata, compresa e amata, perché è una narrazione molto lenta e riflessiva, cruda, senza colpi di scena o suspance. Una lettura che va fatta con estrema concentrazione per la sua profondità.

Nonostante questo, e la sua mole di oltre mille pagine, è una lettura che si affronta volentieri, che non pesa, ma anzi dà molti spunti di pensiero.

Un romanzo che mi ha dato tanto e che mi porterà ad approfondire il lavoro dell’autore.

Micol Borzatta

Copia presa in biblioteca

La settimana bianca, Emmanuel Carrère (Adelphi 2014) a cura di Micol Borzatta

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La settimana bianca per Nicholas non era iniziata come per tutti gli altri.

A causa di un incidente avvenuto il giorno prima della partenza, che ha causato il ribaltamento di un pullmann e la morte di svariati bambini bruciati vivi, suo padre decide di portarcelo lui in macchina, nonostante i quattrocento chilometri di distanza e l’avviso della maestra di una pessima integrazione del bambino.

Di cosa avessero parlato durante il viaggio e quali fossero state le ultime parole quando scese dalla macchina, Nicholas non lo sapeva, perché non era stato ad ascolare, e nemmeno a prendersi il bacio di saluto dal padre, era già abbastanza essere arrivato la sera del giorno dopo rispetto ai suoi compagni che avevano già potuto fare la prima lezione di sci e visitare il luogo.

A Nicholas piacevano molto le storie dell’orrore e aveva anche molta fantasia, ma era un binomio pericoloso quando la notte, costringendosi a stare sveglio per non rischiare di bagnare il letto, iniziava a fantasticare, prima creando storie tranquille, ma che piano piano si trasformano in storie macabre e sanguinolenti, con massacri e omicidi efferati.

I guai iniziano quando inizia a raccontare storie a un suo compagno per farsi accettare nel gruppo e sentirsi importante.

Breve romanzo di Carrère, poco più di un centinaio di pagine, che ha scritto mentre attendeva il permesso di poter scrivere il suo non fiction su Jean-Calude Romand.

Nonostante fosse una storia inventata, quando parlò con Romand si sentì dire che sembrava fosse la storia della sua infanzia.

Il romanzo nacque come metodo per esorcizzare la propria mente dall’ossessione di Carrère per l’efferato omicidio compiuto da Romand. Così vedendo che non otteneva i consenso per il non fiction, decise di dare sfogo alla mente e nacque questo libro.

Fin dall’inizio seguiamo i pensieri malati di Nicholas, viviamo i suoi stati d’animo e i suoi timori.

Le descrizioni sono davvero intense, creando un profondo legame empatico tra Nicholas e il lettore.

Una breve lettura ma molto disturbante.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

L’avversario, Emmanuel Carrère (Adelphi 2013) a cura di Micol Borzatta

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Romanzo non fiction nato dopo la lettura, da parte dell’autore, della notizia di un efferato crimine, che ha sconvolto l’opinione pubblica nel 1993.

Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand uccide la moglie e i due figli. Il 10 gennaio 1993 è la volta dei genitori e poi prova a suicidarsi dando fuoco alla casa, ma fallisce.

Durante l’inchiesta si scopre che Romand ha mentito per diciassette anni alla famiglia dichiarandosi laureato in medicina e ricercatore alla OMS di Ginevra.

Per tutto il tempo ha vissuto una vita di fantasia in cui inventava giornate lavorative cercando di recuperare il denaro e prove per dimostrarle.

Arrestato dichiarò di aver commesso quegli atti per evitare la vergogna che sarebbe derivata dalla scoperta delle sue menzogne.

Carrère, dopo aver provato vari stili narrativi, decide di raccontare tutto in prima persona, partendo dagli incontri avvenuti con Romand e le sue indagini, cercando di mettersi nei panni di Romand per scoprirne il vero movente, fino a dover ammettere di iniziare a sentire le stesse pulsioni che avevano spinto Romand.

Romanzo molto breve, sono poco più di cento pagine, che ci porta all’interno della mente umana.

Infatti fin dalle prime pagine possiamo vedere, e quasi provare noi stessi, lo shock e lo sgomento di amici e concittadini che, credendo di conoscere benissimo Romand, scoprono che conoscevano solo una menzogna.

Possiamo vivere la paura dei bambini, che dopo aver sentito a scuola e dai giornalisti che i loro amici sono stati uccisi dal papà, iniziano ad avere incubi e a vedere anche la loro figura paterna in modo diverso, a causa del trauma.

Molto interessante vedere come la polizia continua a interrogare gli amici di Romand, incredula che non sappiano niente, mentre loro effettivamente erano al’oscuro di tutto pur essendo molto vicino e sempre convinti che la polizia stia sbagliando, più propensi a credere a un complotto che vuole incastrare Romand.

Pian piano che vengono a galla nuove informazioni possiamo renderci conto come emergono caratteristiche tipiche di alcune menti disturbate, come la bravura nella manipolazione del prossimo, la capacità di creare così fiducia e ottenere quello che serve ai propri scopi.

Molto ben descritto il cambio della mentalità dei cittadini, man mano che prendono consapevolezza degli eventi reali.

Una lettura dura e shockante.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

E un’altra cosa (Sicuro, sicurissimo, praticamente perfetto), Eoin Colfer (Mondadori 2010) a cura di Micol Borzatta

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Nonostante il tentativo dei Volgon di distruggere la Terra insieme a Dent, Ford, Trillian, Tricia e Casualità, i nostri amici riescono a scappare grazie a Zaphod e all’aiuto di Wowbagger, un immortale che in cambio chiede di poter finalmente morire.

Per mantenere la promessa data, il gruppo si dirigerà verso Asgard, alla ricerca di Thor.

Thor decide di rendere Wowbagger mortale, ma di non ucciderlo, così Wowbagger scapperà insieme a Tricia per vivere insieme.

Nel frattempo la compagnia va su Nano, dove c’è una colonia di superstiti terrestri.

Da questo momento le loro vite si divideranno e ognuno percorrerà la sua strada.

Ultimo romanzo della saga di Guida galattica degli autostoppisti, nonostante non sia stato scritto da Douglas Adams, ma da Eoin Colfer.

Parte nata per chiudere effettivamente la saga e dare un finale ai lettori.

Il cambio di stile non si nota quasi per nulla, i personaggi sono coerenti con quelli di Adams e anche le descrizioni sono altrettanto vivide.

Una lettura che porta a far venire il magone perché dovremo salutare tutti i personaggi a cui ci siamo affezionati, ma li salutiamo avendo tutte le risposte.

Micol Borzatta

Copia di proprietà