Buffy l’ammazzavampiri – serie TV di Joss Whedon

Recensione

Sunnydale

Buffy Summers è una giovane ragazza che si è appena trasferita dopo aver avuti alcuni guai nella scuola precedente a Los Angels.

Arrivata nella nuova scuola scopre però che i casini della scuola precedente l’hanno seguita.

Lei infatti è perseguitata dai vampiri, perché lei è la cacciatrice, ovvero colei che ha il potere di combattere i demoni e le forze del male.

Si narra infatti che a ogni generazione ci sarà una cacciatrice, una ragazza con una forza sovrumana che ha il compito di uccidere le forze del male.

Sunnydale è anche un paese particolare, perché ha al suo centro la bocca dell’inferno, un portale che se aperto permetterà a tutto l’inferno di riversarsi nel nostro mondo.

Buffy incontra il Signor Giles, il suo osservatore, e fa amicizia con alcuni suoi compagni di classe che l’aiuteranno nella battaglia.

La serie TV si sviluppa su sette stagioni che partono molto piano, con effetti speciali inizialmente molto scarni, infatti manca anche il sangue quando i vampiri mordono o si picchiano, per poi migliorare stagione dopo stagione.

Interessanti i temi trattati, che si scoprono solo rivedendo la serie in età più adulta, infatti vengono approfonditi argomenti come l’amicizia, le relazioni, i rapporti interpersonali, i pregiudizi e i preconcetti. Temi che diventano più seri andando avanti con le stagioni.

Una critica molto grossa va fatta alla prima puntata della quinta stagione, quando Buffy affronta Dracula, perché lo hanno trasformato in pagliaccio comico, che viene sconfitto con una barzelletta. Puntata secondo me che ha rovinato un classico della letteratura e io la toglierei del tutto.

Andando avanti con le puntate si nota una crescita nei personaggi e negli effetti speciali.

Un’altra critica, questa volta però a Netflix, è che alcuni episodi della sesta e della settima stagione sono fuori sincrono e diventano difficoltose da guardare.

Una serie che è invecchiata molto bene e che è sempre un piacere guardare.

Micol Borzatta

Vista su Netflix

Changeling – film di Clint Eastwood

Recensione

Los Angeles, 1928

Christine Collins, una madre nubile, lascia il figlio di nove anni da solo per andare al lavoro.

Quando rientra il figlio è scomparso.

Christine chiama immediatamente la polizia, che prende la sua denuncia alla leggera.

Quando finalmente inizia a indagare non riescono a risolvere per mesi, fino a quando un giorno le riportano un altro bambino dicendo che è Walter.

Christine sa che non è vero, ma sul momento si lascia convincere dalla polizia a posare per delle foto e a portarsi il bambino a casa, pensando che effettivamente possa essere lei nel torto a causa delle emozioni.

Arrivata a casa constata che effettivamente il bambino non è Walter, è di dieci centimetri più basso, è stato circonciso, non ha il difetto ai due incisivi superiori che si portava dalla nascita e non riconosce né le sue maestre né il suo posto a scuola. Motivo per cui l’insegnante e il dentista sono pronti a testimoniare sulla sua identità, ma il medico della polizia sostiene che sono tutti cambiamenti causati dalla brutta esperienza passata.

Christine continua a insistere e per questo viene fatta rinchiudere in manicomio, fino a quando un investigatore per minori non fa una scoperta shockante in un ranch a Wineville appartenente a Gordon Stewart Northcott, un noto serial killer canadese che ha ucciso svariati bambini, conosciuti come Wineville Chicken Coop Murders.

Film molto forte che racconta la storia vera di una madre finita in manicomio perché ritenuta incapace di riconoscere il figlio e della cattura di un serial killer di bambini.

La storia è molto ben sviluppata e non lascia nulla alla fantasia e descrive perfettamente la situazione dell’epoca, dove le donne erano considerate inferiori perché facili a farsi guidare dai loro sbalzi di umore, mentre gli uomini, e specialmente la polizia, erano sempre dalla parte della ragione e sapevano sempre quale fosse la realtà, impossibilitati a sbagliare, anche quando i fatti dimostravano il contrario.

Una storia veramente tragica che apre gli occhi su verità tremende.

Micol Borzatta

Visto su Netflix

The haunting of Bly Manor – serie TV di Mike Flanagan

Recensione

Seconda stagione della saga The Haunting ma totalmente diverso da Hill House, ma altrettanto cupo, impressionante e pieno di messaggi, temi e messaggi.

Anche questa volta la stagione è tratta da un romanzo, questa volta è Il giro di vite di Henry James, da cui Flanagan ha preso spunto, ricreando poi una storia tutta diversa, ma con gli stessi temi e gli stessi messaggi che James voleva trasmettere con il suo romanzo.

Come nel romanzo anche nella serie TV abbiamo una voce narrante, che compare all’inizio e alla fine, con due piccole apparizione negli altri sette episodi. Nel romanzo si tratta di un uomo che racconta la storia durante una festa, in una sera fredda dell’800 in una tenuta in aperta campagna, nella serie TV la narrazione è nelle mani di una donna che si trova a una cena di prova per un matrimonio negli anni novanta e dopo cena, come storia della buona notte, decide di raccontare una storia legata a una strana dimora e ambientata negli anni ottanta.

Dani è una ragazza americana che decide di trasferirsi a Londra dove, per mantenersi, cerca lavoro e risponde a un annuncio in cui viene cercata un’istitutrice per due bambini di 10 e 8 anni, la persona in carico si dovrà trasferire a Bly nella tenuta di famiglia, Bly Manor, e occuparsi di tutto quello che riguarda i bambini senza mai interpellare lo zio, Henry Wingrave, unico loro tutore da quando due anni prima hanno perso i genitori.

Dani ha un passato come insegnante e, da come vediamo fin dall’inizio, un segreto che la perseguita e da cui sta scappando, ma non sappiamo quale sia il segreto, e quel lavoro per lei sarebbe davvero perfetto.

Arrivata a Bly Manor fa la conoscenza dei due bambini, Miles di 10 anni e Flora di 8 anni, della giardiniera Jamie, del cuoco Owen e della governante Hannah.

Bly Manor è una dimora immensa, con giardini spettacolari, pieni di statue e aiuole che ammalia e ipnotizza chiunque si trovi davanti a lei, ma nello stesso tempo, come da copione quando si tratta di case storiche, trasmette un senso di mistero, di inquietudine, come se ci fosse qualcosa di ambiguo e di sbagliato.

Con il passare dei giorni Dani si rende conto che il piccolo Miles ha degli atteggiamenti molto strani, infatti a volte sembra essere una persona diversa, hai dei modi di fare molto maliziosi e poco innocenti, come si confarebbe a un bambino della sua età. Anche Flora, nonostante sia sempre molto dolce e tenera, a volte ha un tono di voce molto duro che sparisce in una frazione di secondo. Il tutto unito a strane apparizioni che tutti cercano di minimizzare dicendo che sono solo sue impressioni.

La storia parte come una classica storia gotica di fantasmi, come sembrerebbe anche nel romanzo di James, ma piano piano che proseguiamo con la lettura ci accorgiamo che i temi trattati sono molto più profondi.

Il primissimo tema affrontato è, ovviamente, la morte. Viene vista sotto moltissimi aspetti, dalla perdita al lutto, ma anche a cosa ci possa essere dopo la morte, il senso di punizione, la voglia di vendetta, il purgatorio di chi non riesce a trapassare, ma rimane, volente o nolente, bloccato tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

L’altro tema fondamentale che viene trattato è quello dell’amore e della famiglia. L’amore visto come sentimento universale, quel sentimento che unisce due o più persone, quel sentimento che fa sì che ci si crei la propria famiglia anche se non ha legami di sangue.

Infatti, a differenza del romanzo di James e della stagione dedicata a Hill House, la famiglia che viene trattata in questa stagione non è una famiglia con legami di sangue, a parte i due fratellini, ma una famiglia creata da persone originariamente sconosciute ma che, giorno dopo giorno, vicenda dopo vicenda, si trovano a unirsi e creare dei legami fortissimi che vanno oltre a tutto, alle differenze di età, etnia, religione, legami profondi che nascono direttamente dal cuore e dall’amore, quel sentimento universale di cui abbiamo parlato prima.

Una serie TV che sa come stupire, conquistare e colpire dritto al cuore, specialmente con un finale che fino all’ultimo episodio non ci aspettiamo assolutamente e che arriva come un pugno nello stomaco, stimolando il cuore e facendoci piangere tutte le lacrime che abbiamo in corpo.

Una visione davvero spettacolare che potete godervi tutti su Netflix, essendo uscito il 9 ottobre 2020.

Micol Borzatta

Visto su Netflix

I’m a killer. Dopo il carcere – serie TV diretta da Itamar Klasmer

Recensione

Dale Wayne Sigler è stato condannato alla pena di morte dopo aver ucciso il commesso del Subway di Arlington John Zeltner nell’aprile 1990.

Dopo trent’anni di carcere, grazie a un cavillo legale, viene graziato e rilasciato.

Appena uscito di prigione trova ospitalità presso un’anziana signora con cui aveva uno scambio di lettere in prigione e che aveva iniziato a chiamare mamma.

Non tutti sono sereni riguardo al suo rilascio, o pensano che lui abbia diritto a una seconda possibilità, primi fra tutti la famiglia della vittima, che lo vorreb­bero vedere morto, e non credono alla sua conversione in Dio.

Per Dale abituarsi al mondo non è facile, nessuno gli concede un lavoro, non ha nessun tipo di esperienza e internet e la tecnologia per lui sono sconosciuti.

A peggiorare tutto ci sono i sensi di colpa e la sua non accettazione e non perdono.

Docu-serie di Netflix che racconta la verità che un ex condannato deve vivere, tutto quello che articoli di giornale, opinione pubblica e reportage non hanno mai detto, sia perché non la sapevano, sia perché volevano che il colpevole fosse visto come un mostro e la vittima come un’anima Santa.

Spesso però le apparenze ingannano.

Tre puntate che rivelano tutto il vero marcio che c’è al mondo.

Micol Borzatta

Visto su Netflix

Dion – serie TV di Carol Barbee e Dennis A. Liu

Recensione

Dion è una serie televisiva statunitense di fantascienza creato da Carol Barbee e basato su un fumetto omonimo del 2015 di Dennis A. Liu.

La trama della serie è la vita di Nicole Reese che alleva il figlio Dion da sola, dopo la morte del marito Mark.

Essere una madre vedova non è semplice, ma quando il piccolo Dion inizia a manifestare dei poteri magici, le cose si complicano intensamente.

Nicole si trova a dover tenere i poteri di Dion segreti da chi vorrebbe catturarlo per studiarlo e sfruttato.

Ad aiutarli ci sarà Pat, l’amico del marito.

Serie TV molto diversa dalle solite sui super eroi, dove i temi fondamentali sono l’accettazione di se stessi, del diverso, e l’amore e il rapporto familiare.

La serie è composta, per il momento, da una singola stagione con 9 episodi, ognuno pieno di azione e momenti di forti sentimenti.

Una serie TV da vedere se si è stufi dei soliti super eroi e delle solite storie.

Micol Borzatta

Vista su Netflix

Aguzzini in casa. La vicenda del piccolo Gabriel Fernandez – serie TV di Netflix

Recensione

Los Angeles, 2013.

Il piccolo Gabriel Fernandez di soli 8 anni viene trovato morto.

La serie TV ripercorre gli anni di maltrattamento del bambino da parte della madre e del patrigno, maltrattamenti che erano stati notati e denunciati dalle insegnanti ai servizi sociali e alle autorità, ma questi enti non hanno fatto nulla per proteggerlo e toglierlo in tempo dall’inferno in cui era costretto a stare.

Una stagione composta da 6 episodi nudi e crudi, in cui possiamo vedere foto e riprese delle effettive tracce della violenza e tutte le dichiarazioni da parte delle insegnanti e dei compagni di scuola che hanno notato ogni singolo segno sul corpo del bambino.

La serie cerca anche di spiegare come mai la burocrazia abbia impedito di salvare questo bambino e come a volte chi vuole fare del bene e aiutare si ritrova con le mani legate.

Una visione che spacca il cuore e l’anima, ma che apre gli occhi su quello che spesso ci circonda ma tendiamo a non vedere.

Micol Borzatta

Vista su Netflix

BNA: Brand New Animal – serie TV di Yō Yoshimari

Recensione

Siamo nel XXI secolo in un mondo zoomorfo, in cui gli animali vivono tutti insieme con una forma molto umanoide, che hanno la possibilità di scegliere in quale sembianza apparire.

Alcuni di loro nascono così, mentre altri si trasformano, ma in entrambi i casi non possono vivere nel mondo degli umani perché vengono cacciati come dei mostri.

Con la serie seguiamo le vicende di Michiru Kagemori, una normalissima ragazza umana che di colpo, a seguito di un incidente, si trasforma in una Tanuki.

Michiru è costretta a scappare dalla sua casa e recarsi ad Animal City, una città creata appositamente per gli zoomorfi.

Appena arrivata incontra Shirou Ogami, un lupo zoomorfo, che l’aiuta a scoprire cosa le sia successo.

La serie d’animazione è composta da un’unica stagione contenete 12 episodi.

A una prima visione la serie potrebbe sembrare un semplice anime per bambini, pieno di animali carini che si muovono su due zampe e in posizione verticale, ma guardandola con più attenzione si può notare che tratta argomenti molto importanti, raccontandoli con un tono semplice, in modo da arrivare a qualsiasi spettatore.

Uno dei temi è quello del razzismo, infatti gli uomini vedono gli zoomorfi come esseri inferiori con i quali non si possa interagire in nessun modo se non per usarli come semplice manovalanza, situazione che ricorda moltissimo le condizioni delle persone di colore nel passato, ma anche come vengono ritenuti ora chiunque venga considerato diverso dalla massa.

Vengono trattati anche il discorso delle sette religiose e dell’amicizia, facendo vedere tutti gli aspetti, sia positivi che negativi, che sono legati a entrambe le situazioni.

Una serie che merita davvero e che dà molti spunti di riflessione.

Micol Borzatta

Vista su Netflix

The confession tapes – serie TV di Kelly Loudenberg

Recensione

The confession tapes è una serie televisiva true crime del 2017 composta da due stagioni per un totale di 11 episodi.

Ogni episodio narra di un caso in cui le testimonianze e le confessioni sono state ottenute con metodi coercitivi, portando così a svariate condanne per omicidio a nome di gente totalmente innocente.

La docu-serie porta visiti alternative dei casi, dichiarazioni fatte da specialisti in false confessioni, diritto penale, errori giudiziari e psicologia.

Per ogni caso vediamo le interviste agli esperti e sentiamo le registrazioni degli interrogatori originali, potendoci fare anche una nostra opinione dello svolgersi degli avvenimenti.

Una serie cruda, in cui viene fuori tutto il marcio che c’è negli organi delle forze dell’ordine, specialmente americane, dove per risolvere un caso spesso si guarda ai preconcetti invece che alle prove effettive.

Consigliata a chiunque sia appassionato del genere.

Micol Borzatta

Vista su Netflix

Making a Murderer – serie TV di Laura Ricciardi e Moira Demos

Recensione

Making a Murderer è una docu-serie statunitense prodotta da Netflix e narra di Steven Avery e della sua famiglia e del loro coinvolgimento in due processi penali.

La serie è composta da due stagioni, la prima copre dieci anni, spostandosi tra New York e il Wisconsin.

Steven Avery vive nel Wisconsin e lavora con tutta la famiglia nello sfasciacarrozze di loro proprietà, nella contea di Manitowoc.

Nel 1985 Steven Avery viene arrestato e condannato per lo stupro e il tentato omici­dio di Penny Beerntsen, nonostante avesse dimostrato di avere un alibi.

Steven rimarrà in prigione per 18 anni quando, finalmente, la Innocence Project riesce a dimostrare, con l’esame del DNA di un pelo pudico, la sua innocenza. Siamo nel 2003 e Steven intenta una causa civile da 36 milioni di dollari contro la contea di Manitowoc.

Nel 2005 viene trovato il cadavere di Teresa Holbach in un terreno confinante con lo sfasciacarrozze degli Avery.

La Halbach era stata poco tempo prima, quello stesso giorno, dagli Avery per fotografare un veicolo che era in vendita.

La gestione del caso parte subito malissimo, concentrandosi su come dimostrare la colpe­volezza di Steven, che nel frattempo viene arrestato e accusato di omicidio.

La polizia si aggrappa esclusivamente al fatto che la Holbach sia stata prima da Steven e poi trovata morta nel terreno confinante, come se fosse normale per un omicida lasciare il cadavere della propria vittima sull’uscio di casa propria.

Non riuscendo a ottenere una confessione da Steven, che continua a dichiararsi innocente, decidono di arrestare Brendan Dassey, nipote di Steven.

Brendan viene tenuto tutto il giorno in una stanza ad aspettare di parlare con qualcuno, senza cibo né acqua, poi a sera inoltrata iniziano a interrogarlo mettendolo sotto pressio­ne e suggerendogli le risposte da dare manipolandolo e approfittando della sua stanchezza mentale, finché lo fanno confessare e lo accusano di complicità con lo zio.

Subito dopo Brendan, dal carcere, chiamerà la madre e le dirà che è stato costretto a dire quelle bugie, che gli avevano detto che era l’unico modo per poter tornare a casa.

Durante il processo gli avvocati dimostreranno la coercizione e che le prove recuperate dopo la confessione fossero false, dimostrando come il campione di sangue di Avery recuperato sulla scena del crimine provenisse da una provetta di sangue prelevato 18 anni prima e che è stata trovata con i sigilli rotti e forata.

La serie trasmette i video reali in cui lo spettatore può vedere l’accanimento delle forze dell’ordine nei confronti di due innocenti, uno anche minorenne, solo per metterli in cattiva luce e coprire un precedente errore giudiziario, commettendone un altro identico.

Una serie che tocca nel profondo, che fa arrabbiare e fa venire voglia di urlare contro le forze dell’ordine attraverso lo schermo.

L’ennesimo esempio di come sempre più spesso la giustizia non funziona.

Micol Borzatta

Vista su Netflix

Viaggio nella mente criminale – Serie televisiva di Netflix

Recensione

Viaggio nella mente criminale è una documentazione-serie firma Netflix che è uscita a settembre 2019.

La serie si concentra sull’esplorazione della mente di famosi serial killer da parte di psicologi, per riuscire a capire se criminali si nasce o se si diventa a causa di eventi della vita, o peggio ancora da alcune formazioni del cervello.

Composta da quattro episodi vengono trasmesse le registrazioni di interviste fatte a serial killer del peso di John Wayne Gacy, Ted Bundy, la ricostruzione di casi famosi come il caso Fritz o il caso dei sequestri di Cleveland, oppure ancora le sette che hanno un capo onnipotente che riesce a farsi seguire, per arrivare a criminali storici come Al Capone, Pablo Escobar e John Gotti.

Le puntate sono molto scorrevoli e ben approfondite, riescono a rispondere a tantissime domande che ci si pone quando si pensa a personaggi del genere, ma porta anche a porsi molte altre domande riguardanti al funzionamento della mente umana.

Una serie adatta sia ad appassionanti del genere che a chi vuole avvicinarsi per la prima volta, spinto a voler approfondire il crime da un punto di vista psicologico oltre che dei fatti nudi e crudi.

Un documentario molto consigliato.

Micol Borzatta

Vista su Netflix