RECENSIONE – Ragazze interrotte – film di James Mangold

Ragazze interrotte è un film del 1999 diretto da James Mangold e basato sul romanzo diario-biografico di Susanna Kaysen La ragazza interrotta.

Siamo nel 1967. Susanna Kaysen è all’apparenza una normalissima ragazza, e come tutte le ragazze ha un pessimo rapporto con i genitori, è piena di insicurezze e debolezze, e come tutte si rifugia nel suo mondo personale mentale, nella sua isola felice in cui può scappare lasciando nel mondo reale tutti i problemi.

La sua passione è la scrittura, e proprio per questo tiene un diario in cui scrive tutti gli eventi che le capitano durante la giornata, i fatti della sua vita.

Una sera ingoia un flacone di aspirine con della vodka. Il mix ovviamente la fa stare male, e quando i genitori la soccorrono, decidono di portarla direttamente in un ospedale psichiatrico, il Clamore Hospital, dove Susanna firma il ricovero.

La diagnosi che le verrà fatta dallo psichiatra è di disturbo borderline di personalità, spesso ereditario. Quando viene riferito ai genitori la loro reazione è di disgusto e non tollerano che il medico li associ a una malata mentale accusandoli di esserlo anche loro.

IN ospedale Susanna incontra le sue compagne di permanenza, ragazze che ci vengono presentate una a una, ognuna di loro con i suoi problemi, la sua personalità e la sua caratteristica. Ognuna ha qualcosa da insegnarle.

L’unica amica, sua e delle ragazze, è Valerie, un’infermiera che non fa quel lavoro solo per dovere, ma per passione, lei alle ragazze tiene davvero, e vuole seriamente aiutarle.

Un film veramente pesante per i temi trattati, che sa far aprire gli occhi, dando tantissimi spunti di riflessione, sia sul valore della vita, che su come essa viene percepita e trattata da coloro che sarebbero tenuti ad aiutarci a proteggerla.

Il cast è un cast eccezionale. Ogni personaggio è molto ben interpretato, infatti abbiamo Angelina Jolie a interpretare l’irruente, pazza, spavalda ed estroversa Lisa Rowe, Winona Rider interpreta la protagonista, Susanna Kaysen, timida, introversa, chiusa in se stessa, ma curiosa del mondo, Whoopi Goldberg interpreta l’infermiera Valerie Owens, e con il suo aspetto materno, la sua personalità buona e dolcissima e il suo carattere espansivo riesce a trasmettere perfettamente l’intento dell’infermiera e il suo voler davvero bene alle ragazze.

Un film che ha saputo invecchiare benissimo e che ogni volta che si vede sa trasmettere sempre emozioni molto forti.

Micol Borzatta

Visto su Netflix

RECENSIONE – Inheritance. Eredità – film di Vaughn Stein del 2020

Inheritance. Eredità è un film del 2020 trasmesso su Amazon Prime Video e diretto da Vaughn Stein.

E tu cosa faresti per salvaguardare la tua famiglia?

Lauren Monroe è una procuratrice distrettuale proveniente da una famiglia molto in vista, infatti il padre è Archer Monroe, un imprenditore molto ricco.

Archer muore all’improvviso, e alla lettura del testamento l’eredità dei due figli non è, ai loro occhi, ben bilanciata, ma dietro c’è molto di più.

Infatti William eredita 20 milioni di dollari, mentre Lauren solo 1 milione, e inizialmente lei crede che si all modo del padre per farle pagare la scelta del suo matrimonio, infatti al padre non è mai andata giù che lei abbia sposato un uomo di colore e per di più che lei abbia voluto diventare procuratore invece che avvocato difensore.

In realtà l’eredità di Lauren non è solo quella. A lei è stata lasciata la responsabilità di Morgan Warner, un amico del padre di quando erano ragazzi, rinchiuso da trent’anni in un bunker.

Perché suo padre ha rinchiuso quell’uomo? E cosa si aspettava che lei facesse? È un’altra punizione perché non ha seguito la vita che lui le aveva programmato o un premio per l’enorme fiducia che poneva in lei?

Un film molto crudo e davvero interessante che ci porta a ragionare su cosa anche noi saremmo disposti a fare per la nostra famiglia. Se fossimo in Lauren avremmo denunciato nostro padre morto e salvato l’uomo nel bunker, o avremmo continuato a occuparci del segreto fino alla morte del prigioniero?

Una situazione assurda ma che smuove molte riflessioni.

Micol Borzatta

Visto su Amazon Prime Video

RECENSIONE – Cruel Summer – serie televisiva di Bert V. Royal del 2021

Cruel Summer è una serie televisiva di Bert V. Royal e trasmessa su Amazon Prime video il 6 agosto 2021.

La serie è ambientata negli anni ’90 e segue due ragazze adolescenti approfondendo le ripercussioni che alcuni eventi possono avere sulle vite delle persone, ed è composta da 10 episodi.

Siamo nell’immaginaria città di Skylin in Texas. In ogni episodio vedremo lo svolgimento dello stesso giorno dell’anno, ma in tre anni differenti, il 1993, il 1994 e il 1995.

Protagoniste della storia sono Kate Wallis, la classica ragazza popolare della scuola, amata da tutti, e Jeanette Turner, una ragazza timida e introversa, bullizzata da tutti.

Nel 1993 Kate sparisce nel nulla per mano del nuovo vice preside Martin Harris con cui aveva una storia, ma nessuno sa che lui sia il colpevole, e Jeanette prende il suo posto nella società scolastica.

Nel 1994 Kate viene ritrovata e accusa Jeanette di sapere cosa le fosse successo, ma di non averla aiutata.

Nel 1995 Jeanette sta affrontando una causa in tribunale e tutta l’opinione pubblica la reputa la persona peggiore d’America.

Gli episodi approfondiscono molto bene i vari punti di vista della vicenda, dando spazio anche alle famiglie delle due ragazze, agli amici oltre che alle due ragazze stesse.

La serie Tv è davvero molto ben fatta, con un ritmo vivace e che tiene molto alta l’attenzione dello spettatore, che si divora un episodio dietro l’altro senza mai sentire pesantezza.

I temi trattati sono davvero ben approfonditi e danno molti spunti per riflettere.

Micol Borzatta

Visto su Amazon Prime Video

RECENSIONE – Mortal Kombat – film di Paul W. S. Anderson

Mortal Kombat è un film del 1995 diretto da Paul W. S. Anderson ed è la live action dell’omonima serie di videogiochi.

La storia che una volta ogni generazione c’è un torneo di arti marziali, intradimensionale, che viene indetto da Dei Anziani che si chiama Mortal Kombat. Le due fazioni in gara sono l’Outworld e l’Earthrealm, ovvero il Regno di Fuori e la Terra, e se l’Outworld dovesse vincere dieci tornei consecutivi, il suo imperatore Shao Kahn, potrà prendere possesso della Terra e governarlo come più gli aggrada.

Ovviamente il film è ambientato ai giorni nostri e la Terra ha già perso nove tornei, questa è l’ultima possibilità per noi di vincere e salvare il mondo.

I protagonisti sono tre guerrieri di arti marziali: Liu Khang, esperto di Shaolin che cerca vendetta nei confronti di Shang Tsung per l’uccisione di suo fratello Chan; Jhonny Cage, star hollywoodiana che vuole dimostrare al mondo intero che nei suoi film non usa una controfigura, ma è lui a combattere ogni volta; e Sonya Blade, un’agente delle forze speciali americane che si ritrova sulla nave che la porta al torneo perché sta inseguendo Kano, un criminale che le ha ucciso il partner e che lei vuole a tutti i costi catturare. A guidarli ci sarà Lord Raiden, Dio del Tuono e difensore della Terra.

Il film, per l’età che ha, è invecchiato davvero molto bene. Rimesso online da Netflix a giugno del 2021 è perfettamente visibile e gli effetti speciali sembrano quasi quelli odierni da quanto erano stati realizzati bene.

La storia è molto avvincente, piena di azione, colpi di scena, e a volte anche battute becere, che però allentano la tensione della storia e fanno fare qualche risata sana.

Un film con cui sono cresciuta, che mi aveva colpito moltissimo e ha saputo trasmettermi nuovamente quelle emozioni provate, gli stessi batticuore, e la stessa energia di un tempo.

Micol Borzatta

Visto in televisione nel 1995 e su Netflix nel 2020

RECENSIONE – Detention – serie TV per Netflix di John Hsu del 2020

Detention, titolo originale Fanxiào, è una serie TV in cui vengono riuniti il dramma, l’horror, il soprannaturale e lo psicologico.

Basato sull’omonimo videogioco sviluppato dalla Red Candle Games, e che trovate già recensito, è diretta da John Hsu e creata appositamente per Netflix, dove la si può vedere dal 5 dicembre 2020.

Come nel videogioco, anche nella serie TV siamo a Taiwan, nel periodo storico della legge marziale chiamato Terrore Bianco, un periodo di indicibili oppressioni.

La storia è ambientata all’interno della Greenwood High School negli anni novanta.

Yunxiang Liu è una studentessa che si è appena trasferita dall’estero, dove non ci sono censure e proibizioni, ha una grande passione per la lettura ed è curiosa su tutto ciò che la circonda.

Curiosità che viene accentuata quando appena arrivata nella nuova scuola, dopo aver ricevuto una sgridata perché si è portata da casa un libro ritenuto da censurare, scopre che una parte del complesso è assolutamente proibito agli studenti. Liu, girovagando, si intrufola proprio nella parte proibita e qui incontra il fantasma di Ruixin Fang, che le racconta tutti gli avvenimenti e i segreti avvenuti nella scuola negli ultimi trent’anni.

Liu verrà così a conoscenza di come un gruppo di studenti e insegnanti sono stati perseguitati, picchiati e uccisi perché combattevano per la loro libertà, durante l’epoca della censura, e di come il guardiano della scuola, che occupa quel posto da più di quarant’anni, gestisca tutto con le stesse leggi e lo stesso regolamento del periodo del Terrore Bianco.

Nel frattempo Liu dovrà fare i conti anche con un tradimento che la riguarda in prima persona, e che la lega ulteriormente al fantasma a scuola.

La serie è composta da otto episodi, e in ogni episodio viviamo la storia da un punto di vista diverso, approfondendo la vita di un personaggio alla volta, sempre raccontato dal fantasma, che si scoprirà essere legato agli eventi narrati.

I temi vengono trattati in modo molto approfondito, con un’intensità che fa male all’animo, ma che nello stesso tempo apre gli occhi su una realtà a noi quasi sconosciuta.

Una trasposizione davvero molto ben fatta che rispecchia i messaggi che voleva trasmettere il videogioco.

Micol Borzatta

Visto su Netflix

RECENSIONE – Elephant – un film di Gus Van Sant del 2003

Elephant è un film del 2003 diretto da Gus Van Sant e vincitore della Palma d’oro come miglior film e premio per la migliore regia al 56° Festival di Cannes.

La storia è una ricostruzione dei terribili fatti avvenuti nel 1999 alla Colombine High School.

Il titolo si riferisce al modo di dire un elefante nella stanza, che sta a indicare come qualcosa che viene visto da tutti viene totalmente ignorato e nessuno ne parla.

La storia si svolge in un’unica giornata, una giornata che parte come assolutamente normale, ma che avrà degli sviluppi terribili.

Riviviamo le stesse ore da diversi punti di vista, vedendo sfumature diverse, e come alcuni eventi possano sembrare diversi quando cambia il punto di vista.

Partiamo guidati da John, che ci fa come da guida facendoci vedere la vita scolastica e gli studenti; poi passiamo a Michelle, una ragazza timida ed emarginata a causa della sua goffaggine, che si sente bene solo quando è in biblioteca a occuparsi dell’organizzazione. A questo punto conosciamo Brittany, Nicole e Jordan, tre ragazze che sono cadute vittime della bulimia, ossessionate dal corpo perfetto; per poi conoscere Elias, amante della fotografia è un rande sognatore e solitario.

Nel mentre conosciamo anche Eric e Alex, due ragazzi bullizzati, con la passione delle armi. Alex ha anche la passione per la musica, è sognatore e quello che viene trasportato dall’amico; Eric ama i videogiochi, specialmente quelli violenti e sparatutto, e ha un carattere trainante.

A differenza di altri film del genere, in questo il regista crea un forte realismo degli eventi, ma nello stesso tempo una depersonalizzazione, facendo sentire lo spettatore come un osservatore onnisciente, distaccato, facendogli provare la stessa indifferenza che ha permesso la realizzazione del piano dei due ragazzi.

Di cosa parla però effettivamente il film? Per chi non dovesse conoscere la storia reale da cui è tratto ve la vado a spiegare.

La Columbine High School è un istituto superiore situato a Littleton, nella contea di Jefferson in Colorado.

Il 20 aprile 1999, Eric Harris e Dylan Klebold (che nel film viene chiamato Alex), entrano a scuola alle 11:19 armati fino ai denti e uccidono 12 studenti e un insegnante, feriscono 24 studenti e alle 12:08 si suicidano sparandosi a vicenda mentre la SWAT fuori aspetta che il pericolo diminuisca per poter entrare.

Eric Harris aveva dato segnali preoccupanti già nel 1996, allora quindicenne, quando sul suo sito web su AOL dedicato ai videogiochi, apre un blog in cui scrive i suoi pensieri, di come gli sembrasse normale che la gente stupida venisse uccisa da chi era più intelligente e che chi subiva atti vandalici o altro se lo meritavano perché non facevano nulla per evitare che cose del genere accadessero. Sul blog comparivano anche le istruzioni per fabbricare tubi bomba artigianali e frasi di odio verso il genere umano che lui riteneva indegno di vivere e inferiore a se stesso.

Il blog viene denunciato, ma Eric Harris lo cancella e la denuncia si ferma lì, non verranno mai presi provvedimenti.

Nel 1997 sul diario di Dylan Klebold, che viene ritrovato dopo la strage, il ragazzo aveva scritto come avrebbe voluto dirottare un aereo all’aeroporto internazionale di Denver e farlo schiantare contro un grattacielo di New York (anticipando di quattro anni la strage dell’11 settembre 2001), ma anche a lui, nonostante avesse dato segnali non venne mai fatto nulla.

I due ragazzi infatti vennero arrestati nel 1998 perché trovati in possesso di pezzi di computer rubati da un furgone parcheggiato. Al momento dell’arresto dichiararono che non avevano fatto nulla di male, in fondo il padrone del veicolo non era stato abbastanza attento e accorto, quindi se lo era meritato. I due vengono mandati in cura da uno specialista che si limita a dare degli psicofarmaci per poi dichiararli completamente guariti, sani e per nulla pericolosi a febbraio del 1999, dando un giudizio eccellente a entrambi sulla scheda di dimissioni.

È proprio allora che i due progettano di mettere delle bombe nella mensa della scuola, facendole detonare all’ora di pranzo quando sarebbe stata piena, calcolando di uccidere 450 persone. Subito dopo lo scoppio i due ragazzi, che avrebbero seguito tutto dal parcheggio della scuola, si sarebbero diretti verso la scuola e avrebbero aperto il fuoco sui superstiti delle bombe che sarebbero usciti dalla scuola, per poi dedicare la loro attenzione alle case vicine e a tutti coloro che sarebbero arrivati per vedere cosa stesse succedendo, per poi morire uccisi dalle forze dell’ordine che sarebbero arrivati in can carica.

Le cose però non andarono così.

Per fortuna le bombe che avevano installato non detonarono, e simulazioni al computer successive hanno dimostrato che il numero delle vittime ipotizzate dai due ragazzi era corretto. A questo punto, sono le 11:18, i due ragazzi decisero allora di entrare direttamente, si diressero sul tetto della scuola e iniziarono a sparare ai ragazzi che erano seduti in cortile, per poi scendere e fare strage nei corridoi, Dylan si diresse verso la mensa per capire come mai le bombe non erano esplose, mentre Eric si diresse in biblioteca, dove il maggior numero degli studenti era nascosto sotto i tavoli. Eric inizia a bussare su ogni tavolo, infilare il fucile sotto e sparare, uccidendo e ferendo.

Nel frattempo in cortile è arrivata la polizia e la SWAt, chiamata da una delle insegnanti, ma non entrano, rimangono a studiare la situazione dall’esterno.

Vedendo che la polizia non sembra voler intervenire i due ragazzi, alle 12:08, decidono di suicidasi: Eric si sparò in bocca con il suo fucile da caccia e muore sul colpo, mentre Dylan con un colpo alla tempia sinistra, morendo qualche minuto soffocato dal suo stesso sangue.

È solo a questo punto che la SWAT entra nell’edificio aiutando i paramedici a portare alle ambulanze i feriti e controllando i cadaveri.

La vicenda ha aperto gli occhi e ha fatto sì che venissero riformulate le regole riguardanti la compra-vendita di armi e la sicurezza nelle scuole americane.

Micol Borzatta

Film visto in versione integrale su Youtube

RECENSIONE – Creature del cielo – film di Peter Jackson del 1994

Creature del cielo è un film del 1994 diretto da Peter Jackson, lo stesso regista di Il Signore degli anelli.

Sulla scena abbiamo il debutto delle attrici Kate Winslet e Melanie Lynskey che interpretano, in ordine, Juliet Hulme e Pauline Parker Rieper, due ragazze che nel 1954 hanno ucciso la madre di quest’ultima.

La storia del film, infatti, è un evento true crime che ha sconvolto gli animi neozelandesi all’epoca.

Siamo a Christchurch, in Nuova Zelanda, nel 1953.

Pauline Parker, una ragazzina di 14 anni, vive in una famiglia borghese in cui non si sente accettata, e frequenta una scuola prestigiosa grazie ai proventi dell’affitto di alcune stanze della casa, tuttavia a causa del suo basso ceto sociale non viene accettata nemmeno a scuola dalle compagne, ma tutto cambia quando arriva Juliet Hulme.

Juliet Hulme è una ragazza ricca, figlia di una psicanalista e di un rettore universitario che, fin da subito, dà del filo da torcere agli insegnanti, attirando così la simpatia di Pauline, con la quale si instaurerà un’amicizia fortissima.

Entrambe hanno una fervida fantasia che le porta a scrivere un libro a quattro mani, interpretarne i personaggi anche nella vita vera, fino a rinchiudersi in un mondo tutto loro, che chiamano Quarto Mondo.

La fantasia però non è l’unica cosa che hanno in comune, entrambe hanno sofferto di una terribile malattia da piccolo, Pauline è stata ricoverata da piccola per problemi a una gamba, da cui hanno dovuto estrarle del tessuto necrotico, Juliet di tubercolosi, che purtroppo le ritorna anche da adolescente.

Con il passare del tempo Pauline si accorge che non sopporta più di stare a casa sua, non ci si trova, continua a litigare con tutti, e per questo inizia a passare sempre più tempo a casa di Juliet, sognando che possa diventare la sua vera casa, ma questa convivenza molto stretta preoccupa i genitori di Juliet, che iniziano a temere che le due ragazze stiano sviluppando un interesse omosessuale (cosa che ancora oggi le due negano in maniera assoluta).

È così che i genitori decidono che devono dividere le due ragazze, cos+ la madre di Pauline la ritira da scuola e la manda a lavorare, mettendole delle regole rigide e impedendole di vedere Juliet, mentre Juliet verrà mandata da una zia in Sudafrica con la scusa che le farebbe bene per la sua salute, visto che le è ritornata la tubercolosi.

La notizia fa impazzire le due ragazze che incominciano a organizzare l’omicidio della madre di Pauline, in modo che la ragazza, rimasta sola, avrebbe potuto partire insieme all’amica, e il delitto viene perpetrato il 22 giugno del 1954.

Le due ragazze, mentre sono a fare una passeggiata con la madre di Pauline, munite di un mattone dentro a una calza di nylon, iniziano a colpire la donna fino a spaccarle totalmente la testa, per poi correre dalla madre di Juliet a chiedere aiuto dicendo che la donna era caduta picchiando la testa e quindi morta.

Il film finisce qui, con la scena iniziale, ovvero le due ragazze che corrono insanguinate a cercare aiuto, ma poco prima dei titoli di coda possiamo leggere un breve riassunto di quello che è accaduto dopo.

Quando la madre di Juliet arriva sul posto dell’incidente, capisce immediatamente cos’è successo, anche perché la donna ha la testa completamente sfondata, quindi non può averla picchiata cadendo, e chiama la polizia, che indagando trova i dieci di Pauline, dove la ragazza aveva scritto per intero la sua amicizia con Juliet e il piano che hanno messo in atto per uccidere la madre.

In tribunale le due ragazze sembrano tranquille, anzi si godono la popolarità del momento, ma ritenute comunque colpevoli vengono incarcerate in due prigioni diverse, per un tempo che sarà a discrezione di sua maestà perché ancora minorenni, con il divieto di scriversi o di contattarsi in qualsiasi modo.

Vengono rilasciate dopo cinque anni, Juliet cambia il nome in Anne Perry diventando una famosissima scrittrice di thriller tutti best seller, mentre Pauline cambia nome in Hilary Nathan e lavora come libraia e vive in Scozia.

Il film riesce perfettamente a trasmettere la realtà allucinata in cui vivono le due ragazze, e come una relazione, anche solo di amicizia, tossica possa portare alla rovina due vite. Altro tema molto importante, anche se smentito nella realtà dalle protagoniste, quello dell’omosessualità e della difficoltà di far accettare la cosa in un periodo in cui la mentalità era molto chiusa, al punto di vedere l’omosessualità come una malattia.

Una storia da brividi che tocca l’animo anche perché le protagoniste sono solo due quindicenni.

Micol Borzatta

Visto in streaming
A sinistra Juliet Hulme e a destra Pauline Parker Rieper

RECENSIONE – Tenebre e Ossa stagione 1 – serie TV di Eric Heisserer

Tenebre e Ossa è una serie televisiva del 2021 ideata da Eric Heisserer, tratta dai romanzi Tenebre e Ossa e Sei di Corvi di Leigh Bardugo, che ha aiutato nella sceneggiatura della serie, modificando alcune parti dei suoi romanzi in modo da poter far sì che potessero essere uniti, e sistemando alcuni errori causati dalla sua inesperienza. Infatti se nella duologia di Sei di corvi troviamo una scrittura intensa e matura, nella trilogia di Tenebre e Ossa, vediamo come l’autrice fosse ancora alle prime armi, e infatti erano i suoi primi scritti.

In alto la trilogia di Tenebre e Ossa, e a destra la duologia di Sei di Corvi, i primi volumi sono stati usati per la serie TV.

Come detto sopra, la storia è l’unione di due storie ben distinte, sia come ambientazioni che come epoche, che vengono perfettamente amalgamate, in modo da presentare agli spettatori che non arrivano dal mondo letterario, tutti i personaggi delle due saghe, così da poter successivamente svilupparle anche separatamente.

L’intrusione dei personaggi di Sei di Corvi, che oltretutto hanno veramente poco spazio, diventando quasi solo delle comparse, è proprio per presentarli, inserirli nella storia, e permettere così una manovra più ampia al regista per le prossime stagioni, sì, perché oggi vi parlerò solo della prima stagione, uscita su Netflix il 23 aprile, e mi scuso se non sono riuscita a portarvela prima di ora, nonostante io l’abbia vista il giorno di uscita.

Di cosa parla però la serie TV, e quanto è similare ai romanzi?

Ci troviamo nel Regno di Ravka che è diviso da un’immensa coltre oscura chiamata Faglia, nella quale vivono dei mostri sanguinari che attaccano e uccidono chiunque cerchi di attraversarla, rendendo così praticamente impossibili i collegamenti tra le due metà del regno.

Si narra che la Faglia sia stata creata secoli addietro dall’Eretico Nero, un potentissimo Grisha dotato di poteri dell’ombra.

A questo punto viene da chiederci: chi sono i Grisha? I Grisha sono persone capaci di dominare la magia dei quattro elementi, odiati dal popolo che li vedono come stregoni da bruciare vivi, sono ricercati dall’Impero per farli vivere al Piccolo Palazzo e addestrarli per arruolai poi nell’esercito reali come metri d’élite. Esistono cinque tipi di Grisha, tre comuni, un tipo di cui l’unico rappresentante è la famiglia reale, e uno che si credeva essere solo una leggenda. I tre tipi comuni sono i Corporalki, sono quelli dell’Ordine dei Morti e dei Vivi, in pratica i guaritori, gli strazianti e i sarti, i primi possono guarire praticamente tutto, i secondi danneggiare i corpi nel modo più atroce possibile, mentre i terzi possono cambiare l’aspetto delle persone modificandoli come si fa con un vestito da rimodernare; gli Etherealki, sono quelli dell’Ordine degli Evocatori, possono manipolare il vento, oppure il fuoco, o l’acqua; infine ci sono i Materialki, sono quelli dell’Ordine dei Costruttori, possono manipolare i materiali, solidi e liquidi, per creare qualsiasi cosa. Poi c’è l’Oscuro, il Darkling, l’Eretico Nero, ovvero la famiglia reale che ha appunto il dono dell’Ombra, e la tipologia più potente e rara, creduta infatti leggenda, i Grisha della Luce, ovvero Alina Starkov, che ha la possibilità di combattere l’Ombra, si crede quindi possa distruggere la Faglia.

Proprio su questi elementi si snodano le vicende della storia.

Alina Starkov e Malyen “Mal” Oretsev, sono due orfani che vengono reclutati nell’esercito di Ravka come mappieri.

Un giorno la loro truppa cerca di attraversare la Faglia a bordo di un veliero, ma vengono attaccati dai mostri che vi abitano, sterminando quasi tutti, ma quando uno di questi mostri attacca Mal, Alina, inconsciamente, sprigiona il suo potere, salvando l’amico e l’equipaggio rimanente, convincendo così il Generale Nero che lei sia la leggendaria Evocaluce.

A questo punto Alina viene portata al Piccolo Palazzo al cospetto di Aleksander Kirigan, il sovrano, colui che vuole unire il suo potere a quello di lei per poter distruggere la Faglia e riparare ai danni creati dal suo antenato, l’Eretico Nero.

A palazzo Alina incontra Baghra, la madre di Kirigan, che l’avvisa che l’Eretico Nero è ancora vivo, non è mai morto, ma è praticamente immortale grazie al suo potere Grisha, e la convince a fuggire, dando il via a tutti gli episodi della serie TV e della storia.

Nel frattempo nella zona della città chiamata il Barile, tre membri del gruppo dei Corvi, Kaz, il leader, e Inej e Jesper, i suoi due migliori membri, vengono inviati al di là della Faglia per recuperare colei che si faceva spacciare per l’Evocaluce per portarla nel Barile e farle fare la fine che meritano tutti i Grisha, ovvero la morte. Tuttavia i Corvi sanno essere fedeli a qualcosa di più potente del vile denaro.

Okay, di più non vi racconto, o vi rovino la visione, mi fermo a quello che si narra nel primo episodio.

Ora le mie opinioni, che sono abbastanza opposti.

Da una parte la serie TV mi è piaciuta davvero tantissimo, come del resto mi sono piaciuti i romanzi della trilogia, e il primo della duologia, anche se quest’ultimo l’ho trovato un po’ più lento (il secondo lo devo ancora leggere, ma magari per quando leggerete questa recensione lo avrò recuperato), ma dall’altra mi è sembrata un po’ troppo tirata.

Ora vi spiego.

Iniziamo dalla parte tirata che mi è piaciuta meno: l’aggiunta dei Corvi nella serie TV.

La storia di Kaz e della sua banda, nei romanzi, si svolge in zone diverse e anni diversi rispetto alla trilogia in cui c’è Alina, e hanno un loro perché. I punti di congiunzione delle due saghe sono i Grisha.

Per poterli inserire nella serie TV hanno dovuto modificare la missione che in realtà viene affidata a Kaz e alla sua banda, vengono fatti vedere in modo molto marginale, hanno solo pochi interventi, e soprattutto non vengono per niente approfonditi, non risultano tridimensionali, e questo li porta a essere considerati solo delle comparsate, fighe ma solo comparsate, cosa che invece non sono.

Cosa invece mi è piaciuto?

Tutto, diciamo.

Ho apprezzato davvero moltissimo che Alina e Mal venissero rappresentati un po’ più maturi.

Nei romanzi li ho sempre trovati delle macchiette, ovvero bimbetti infantili che andavano avanti solo per capricci, senza logica, nella serie Tv invece riescono a fare dei ragionamenti più concreti, anche se molte azioni loro rimangono comunque insulse e fatte solo a beneficio della storia.

Mi è dispiaciuto che la storia dell’Oscuro sia stata raccontata subito.

Nei libri la si scopre solo nel terzo, e questo porta il lettore a provare sentimenti contrastanti che aiutano a farlo ragionare su chi possa essere veramente questo strano figuro, cosa lo spinga a fare quello che fa e cosa lo ha fatto diventare così se spesso se ne pente, mentre nella serie TV questa cosa si perde.

Sappiamo subito il suo passato, il suo dolore e soprattutto conosciamo da subito il suo nome, rendendolo umano e non solo una figura di grande potere come invece inizialmente dovrebbe essere. In ogni caso la scelta dell’attore è stata perfetta, sa interpretarlo meravigliosamente.

Le puntate sono molto scorrevoli, arrivi in fondo alla serie senza nemmeno rendertene conto, e anzi ne vorresti subito altri, vorresti le successive stagioni, perché speriamo tutti che non venga bloccata, e sapere come andrà avanti la storia, e da parte mia voglio arrivare al punto in cui si concentrerà solo ed esclusivamente sui Corvi, che ho amato davvero tanto come siano stati rappresentati, tutti e tre, nessuno escluso.

Che dire, se per puro caso c’è ancora qualcuno che a oggi non l’abbia vista, guardatela, leggete i libri e speriamo che arrivi il seguito molto presto.

Micol Borzatta

Visto su Netflix

RECENSIONE – L’apparenza delle cose – film di Shari Springer Berman e Robert Pulcini

L’apparenza delle cose è un film del 2021, scritto e diretto da Shari Springer Berman e Robert Pulcini e tratto dal romanzo omonimo di Elizabeth Brundage, che ho già recensito su questo blog a giugno.

La storia è ambientata nel 1980.

Catherine Clare è una restauratrice d’arte che vive a Manhattan insieme al marito George, un insegnante di storia dell’arte, e la figlia Franny di pochi anni.

George un giorno trova lavoro in un college piccolino nel villaggio di Chosen, un villaggio minuscolo nel territorio di New York.

Nonostante Catherine abbia un ottimo lavoro che le piace davvero molto, si senta realizzata, e abbia tutti i suoi amici lì a Manhattan, decide di lasciare tutto, rinunciare a tutta la sua vita, e seguire il marito.

A Chosen comprano una casa che nessuno voleva, e quindi venduta a un prezzo davvero molto basso, a causa del suo passato di omicidi, motivo per la quale è considerata da tutti infestata, e infatti, da quando la famiglia Clare arriva, stranissimi eventi iniziano a manifestarsi, eventi paranormali che le faranno aprire gli occhi anche sulle bugie che il marito le ha sempre raccontato.

La storia è molto similare a quella del romanzo e, come per il romanzo, ricorda moltissimo altre storie già viste molto similari, come Le verità nascoste, e Angoscia, anche se dal mio punto di vista riesce a catturare comunque lo spettatore, senza dargli la sensazione troppo forte di déjà vu.

Ho letto in giro molte critiche che accusano la produzione di non dare nulla di nuovo e che Amanda Syfried, l’attrice che interpreta Catherine Clare, non dia nulla di più al suo personaggio, che è la stereotipata figura della moglie dedita al marito, quasi soggiogata, considerata psicopatica se osa esprimere un suo pensiero, che viene rappresentata con visioni di fantasmi e dialoghi assurdi. Dal canto mio ho trovato l’interpretazione dell’attrice molto ben fatta, rappresenta perfettamente il personaggio descritto nel romanzo, si riesce a vedere perfettamente il suo cambiamento psicologico, la sua crescita interiore fino a quando arriva a riconoscere e ad aver chiaro cosa effettivamente stia succedendo, cosa che di solito è difficilissimo fare in una rappresentazione cinematografica, si riesce a vedere solo nei romanzi.

Anche James Norton, l’attore che interpreta George Clare, riesce a incarnare la sua parte molto bene. Ha sempre quell’espressione ambigua che ti fa capire che sotto sotto qualcosa non torna, ma non riesce mai a mettere veramente a fuoco cosa sia fino alla fine del film, o del romanzo.

Molto ben rappresentata la dannazione dell’anima del protagonista causata dai mille sensi di colpa. La parte psicologica, anche qui, è molto definita e si riesce a vedere come piano piano si frantumi.

Il tema del lutto, della perdita, del senso di incompiuto e di vendetta sono molto forti e trattati sotto svariate sfumature. Dal senso di incompiuto causata dalla perdita di cari troppo presto, a quello relativo al nascondere il proprio passato, alla voglia di vendetta per tutto quello che si ritiene ci sia stato impedito, anche se realmente ce lo siamo impedito da soli.

Una perfetta rappresentazione di un romanzo ancora più bello.

Micol Borzatta

Visto su Netflix

RECENSIONE – Resident Evil: Infinite Darkness – film di Eiichirō Hasumi del 2021

Resident Evil: Infinite Darkness è una miniserie in computer grafica tratta dalla omonima serie videoludica e riprende i personaggi di Resident Evil 2, ovvero Leon Kennedy e Claire Redfield.

La serie è stata trasmessa l’8 luglio 2021 su Netflix.

Anno 2000, nel Penamstan si sta svolgendo una terribile guerra civile, ma non tutti i morti rimangono a terra privi di vita, alcuni di loro si rialzano.

La squadra Mad Dogs viene richiamata, ma il loro capitano decide di non seguire gli ordini e soccorrere un’unità alleata, rimanendo però coinvolta in un’esplosione.

Sono passati sei anni, è il 2006 e il presidente ha chiamato a colloquio tre agenti scelti, Jason, Patrick e Shen May.

I tre soldati scelti lavoreranno a fianco di Leon Kennedy per occuparsi di un attacco hacker ai server del Pentagono.

All’apparenza sembra un’impresa facile da svolgere, ma ricordiamoci che siamo dentro a un Resident Evil, infatti presto si rivelerà essere una missione di sopravvivenza a causa di un virus introdotto all’interno della Casa Bianca, mettendo in pericolo anche la vita del presidente Graham, il padre di Ashley.

Riuscito a mettere in sicurezza la Casa Bianca, Leon viene contattato da Claire Redfield, che opera per la TerraSave e si sta occupando proprio dei rifugiati di Penamstan.

La ragazza gli fa vedere il disegno di un ragazzino che rappresentava lo stesso inferno che loro due avevano vissuto ai tempi di Raccoon City.

Decideranno così di indagare su due fronti diversi, ma tenedosi sempre in contatto, perché sicuramente i due episodi erano collegati fra loro.

Indagando Leon e Claire scoprono che gli orrori del Penamstan erano stati orchestrati dal segretario della difesa Wilson, che aveva sfruttato la guerra civile come arena per testare le sue armi biologiche, infettando anche i suoi stessi soldati.

Gli stessi soldati che i Mad Dogs avevano soccorso rimanendo infettati a loro volta. Per poter tenere il virus sotto controllo, e quindi sopravvivere, hanno bisogno però di iniettarsi per tutta la vita un inibitore che Wilson ha creato in collaborazione con una misteriosa azienda farmaceutica.

Tutti i componenti, tranne Jason, finiscono per suicidarsi, come scoprirà Claire stessa, a causa dei sensi di colpa.

Jason si allea con Shen May, sorella del soldato ferito che era stato portato in salvo dai Mad Dogs, e che tutt’ora è infetto e impossibilitato a morire, nonostante sia bloccato in un letto a casa del padre.

Il loro scopo è esporre Wilson e far trapelare il ruolo degli Stati Uniti nella compravendita di BOW.

Oltretutto Jason si sente in dovere verso la famiglia di May perché il fratello aveva ceduto a lui le ultime dosi di inibitore per salvargli la vita.

La famiglia May è riuscita a estrarre dal corpo del fratello un microchip contenente tutti i dati necessari per denunciare Wilson.

Tutto questo Leon lo viene a sapere direttamente dalla bocca di Shen May davanti al letto del fratello che ha il corpo totalmente corrotto, e in alcune parti presenta delle cristallizzazioni.

Le stesse cristallizzazioni che troveremo anche nelle BOW di Resident Evil 8 Village che vi porterò a breve.

Leon e Shen May si dirigono nel laboratorio di Wilson, per riuscire a prendere altre prove da mostrare al presidente, ma purtroppo Graham sta cedendo alle pressioni di Wilson e sta firmando i documenti che permetterebbe alle truppe americane di trasferirsi in Penamstan.

Qui Leon e Shen May ritrovano Jason redivivo, essendo infettato non può morire, che dopo aver infettato Wilson vuole farsi vedere dal mondo intero per esporre le nefandezze del governo.
Shen May cerca di dissuaderlo, ma Jason la uccide senza troppe remore, ma viene abbattuto da Leon con l’aiuto di Claire.

Nel finale vediamo Claire salutare Leon, che decide di non darle il microchip e pensarci lui a far finire tutto, e Wilson che si inietta l’inibitore, per non soccombere al virus che gli è stato iniettato da Jason, dopo averlo ottenuto da un tizio con una valigetta con sopra il logo della Tricell.

Micol Borzatta

Guardato su Netflix