REVIEW PARTY – La mascella di Caino – Torquemada – Mondadori 2022

TRAMA

Sei assassini e sei vittime: chi ha ucciso chi? Il puzzle letterario più diabolico del mondo. Un piccolo gioiello di enigmistica.
Nel 1934 il cruciverbista dell'«Observer» Edward Powys Mathers, sotto lo pseudonimo del temibile inquisitore Torquemada, pubblica un enigma letterario: 100 pagine stampate in ordine sparso, 6 assassini, 6 vittime. 
Compito del lettore, accettare la sfida, tagliare le pagine del libro e disporle nella sequenza corretta così da risolvere il caso. Solo tre persone in quasi cento anni sono riuscite a trovare la soluzione, l'unica possibile tra le milioni di combinazioni. La mascella di Caino è più di un libro game, più di un intrigo che risveglia l'ingegno e la tenacia; secondo la definizione del Telegraph è «il degno figlio letterario di James Joyce e di Agatha Christie», con un'unica avvertenza: è terribilmente difficile e non adatto ai deboli di cuore.
Nel 2016, Patrick Wildgust, del Laurence Sterne Trust (un museo privato che si occupa di narrativa non lineare) riporta in vita questo piccolo gioiello di enigmistica. A metà novembre 2021, grazie a un video su TikTok di una giovane assistente documentarista di San Francisco il libro è andato esaurito ovunque. A oggi le visualizzazioni su TikTok sono 12 milioni.
Con la prefazione di Stefano Bartezzaghi.

RECENSIONE

Sense of humour particolarissimo e volontà di tormentare i propri simili non dovevano difettare al britannico Edward Powys Mathers (1892-1939), visto che come nome d’arte scelse proprio “Torquemada”.

Parlare di questo romanzo non è per niente semplice, innanzitutto perché non è possibile delineare una trama, a parte dire che ci sono sei vittime, sei assassini, diversi punti di vista, di cui uno è un cane, diversi livelli temporali, infatti uno dei punti di vista è narrato al presente, e che ci sono una miriade di personaggi.

Perché è così difficile parlare di questo libro?

In primis perché non è un romanzo, ma una sorta di librogame.

Cosa vuol dire?

Mathers diventò famoso con i cruciverba; ma è più sensato dire che i cruciverba in Inghilterra divennero famosi con lui.

Vuol dire che è impossibile leggerlo dalla prima all’ultima pagina come un normale romanzo, ma bisogna saltare avanti e indietro in base allo sviluppo della storia. Tuttavia se in un libro game abbiamo delle scelte contrassegnate dal numero di pagina in cui si trova il seguito, in questo libro non viene segnato nessun ordine, dobbiamo trovarlo noi, e per farlo dobbiamo tagliare le 100 pagine e risolvere i sei omicidi e gli enigmi per trovare l’ordine corretto, cosa che a oggi sono riusciti solo tre persone in tutto il mondo.

Il testo è scritto da un certo Torquemada, no non il domenicano vissuto nel 1400, ma è uno pseudonimo, derivante proprio dal domenicano, utilizzato da Edward Powys Mathers, un traduttore vissuto all’inizio del 1900 in Gran Bretagna, diventato famoso per i suoi cruciverba creati con uno stile tutto nuovo, con definizioni sofisticate e meccanismi crittografici, ovvero per ognuna la soluzione può avere almeno due spiegazioni corrette.

Quel che Mathers comprese è che il pubblico britannico desiderava giochi più difficili, enigmi da rompersi la testa, irti cilici per circonvoluzioni mentali. In una parola, tormenti. Per fornirli serviva allora un Torquemada.
Mathers cominciò così a elaborare propri schemi, con incroci poco curati e invece definizioni sofisticatissime, per erudizione o meccanismi crittografici.

La scelta dello pseudonimo Torquemada non è stata fatta a caso, ma anche questo è un esempio della sua logica, ovvero i suoi cruciverba erano delle torture cerebrali come torture erano quelle messe in pratica dal domenicano.

Dal 1934 a oggi solamente tre persone sono riuscite a risolverlo, mentre molte altre sono anni che ci lavorano sopra per trovare il bandolo della matassa indossando le vesti dell’investigatore.

Una lettura che non si può affrontare alla leggera, anche se si riesce ad avere un’idea generale della storia, pur leggendola non in ordine, rimanendo però con tutte le domande senza risposte, fino a quando non ci metteremo noi in prima persona a trovare la soluzione.

Una lettura diversa dal solito che mi piacerebbe prima o poi riuscire a leggere nell’ordine corretto.

RIUSCIRETE A RISOLVERE
I MISTERIOSI OMICIDI
DI TORQUEMADA?

Siate certi che esiste un ordine inevitabile,
quello in cui sono state scritte le pagine e che,
anche se la mente del narratore di tanto in tanto
compie voli pindarici tornando indietro
o andando avanti alla maniera moderna,
la narrazione procede, implacabile e senza equivoci,
dalla prima all’ultima pagina.

NOTA: questo enigma è estremamente difficile
e non adatto ai deboli di cuore.

Micol Borzatta

Copia inviata dalla casa editrice

RECENSIONE – La casa alla fine del mondo – Paul Tremblay – Mondadori 2022

TRAMA

Eric, Andrew e la loro adorata bambina di sette anni, Wen, stanno trascorrendo una vacanza in un cottage isolato in mezzo ai boschi del New Hampshire, sulla riva di un lago, lontano dal caos e dal chiasso della vita metropolitana, senza Internet e cellulari: un angolo di paradiso in cui regnano il silenzio e la serenità. Ma in una mattina di sole il sogno si trasforma in un incubo quando dal bosco emergono quattro sconosciuti. 
Leonard, un uomo gigantesco dai modi gentili e il sorriso caloroso, e i suoi tre compagni brandiscono armi inquietanti e spaventose e sono lì per portare a Eric, Andrew e Wen un messaggio ancora più inquietante e spaventoso. Mentre la famigliola si barrica in casa cercando un modo per chiedere aiuto, diventa sempre più chiaro che i quattro non se ne andranno finché non avranno ottenuto ciò per cui sono lì, una scelta impossibile, un sacrificio terribile. Nelle ore che seguono, in un crescendo di presagi apocalittici, paranoia, follia, orrore e rituali di sangue, la piccola casa alla fine del mondo diventa il cuore dell'universo, il luogo in cui si deciderà il destino di una famiglia e, forse, di tutta l'umanità.

RECENSIONE

Siamo ai giorni nostri, una famiglia, composta da due padri e una bambina, si ritirano in un cottage sul lago fuori dal mondo per passare le vacanze tra loro, senza cellulari, senza nessuno, per staccare dalla routine quotidiana.

Mentre la piccola Wen, la figlia, una bambina cinese di quasi otto anni adottata da Eric e Andrew, sta giocando in cortile a prendere le cavallette per poterle studiare, in modo da imparare tutto su di loro per perseguire il suo sogno di diventare una biologa, viene avvicinata da un ragazzo alto e massiccio, che inizialmente si dimostra molto gentile nei suoi confronti, ma poi piano piano inizia a cambiare, a fare discorsi strani, e quando viene raggiunto da altre tre persone Wen si spaventa tantissimo e corre a casa dai suoi padri.

Wen e I suoi padri si barricano subito in casa, ma le quattro persone nuove riescono a entrare e li sequestrano in casa, e nonostante abbiano armi temibili e molto particolari, continuano a ripetere che non vogliono fare del male a nessuno.

I quattro sono palesemente ispirati ai quattro Cavalieri dell’Apocalisse, portano i loro colori e anche la loro vita è molto coerente con il cavaliere che “impersonificano”. Il motivo per cui si trovano lì è che la famiglia deve scegliere e poi uccidere uno di loro tre come sacrificio per impedire che avvenga l’apocalisse.

Romanzo thriller molto crudo e intenso, mi è piaciuta molto l’idea dell’Apocalisse vista come evento improvviso che si può evitare con un solo sacrificio umano e la visione molto umana dei quattro cavalieri dell’apocalisse che non intervengono direttamente nella risoluzione, ma cedono la scelta a terzi.

L’atmosfera è molto claustrofobica, accentuata anche dal fatto che si svolge interamente dentro a un salotto, in un cottage sperduto nei boschi che non è raggiunto né da internet né dal segnale telefonico, portando anche il lettore a sentirsi tagliato fuori dal mondo.

Il ritmo narrativo è molto veloce e scorrevole, il libro si legge tutto d’un fiato, e se si deve fare delle soste viene proprio la voglia di riprendere la lettura per capire come prosegue, avendo la sensazione di aver abbandonato degli amici in difficoltà.

Il romanzo è anche un po’ la denuncia della nostra società, frenetica, piena di impegni, senza tempo di socializzare, portando così molta gente a soffrire di solitudine e a sentirsi senza scopo nella vita, una ricerca di questo scopo portato ovviamente all’eccesso trasformandolo nel compito di impedire la fine del mondo.

Una lettura davvero particolare ma consigliatissima.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

REVIEW PARTY – Neradium – Giulia Silvestri – Self Publishing 2022

TRAMA

Dopo la misteriosa scomparsa dei suoi genitori, Meriel Turner si trasferisce da Amburgo ad Hanau, nel castello dello zio di cui non aveva mai sentito parlare, dove farà la conoscenza di altri ragazzi che vivono con lui.
Per lei, però, c'è una sola regola: non oltrepassare per nessuna ragione la Porta Rossa.
Meriel non ne capisce il motivo, per lei è una semplicissima porta, ma quando essa comincia a richiamarla non riesce a resistere dalla curiosità e vi accede.
Mai avrebbe immaginato che le sue ormai tristi e grigie giornate avrebbero preso una piega così pericolosa: dopo essere finita in un mondo dove fiabe e leggende sono realtà, scoprirà che i suoi genitori facevano parte di un ordine di cavalieri dediti a tenere la Terra un luogo sicuro e che anche lei ne farà parte.

RECENSIONE

«Ti sei andato di nuovo ad allenare? Art…»
Il ragazzo la bloccò prima che potesse continuare a parlare, portandosi l’asciugamano alla faccia, attutendo la sua voce, rendendola ovattata. «Allenamento quotidiano, se non lo faccio mi indebolirò.»
Delaney scosse la testa alzando gli occhi in alto. «Sai che non succederà, e sappiamo entrambi perché continui a farlo. Cosi ti sforzerai troppo e avrai l’effetto contrario.»
«Sai che se non lo faccio…» cominciò lui ma lei lo fermò di nuovo alzando la mano davanti a sé.
«Ti ci vuole un po’ di riposo. O vuoi rischiare di morire perché sei troppo stanco per sopravvivere?»

Germania, giorni nostri.

Meriel è una studentessa che vive ad Amburgo. Un giorno, dopo essersi attardata a scuola per cercare la collana con il ciondolo azzurro regalate le dai genitori, tornata a casa la trova vuota. Dei suoi genitori nessuna traccia, come se fossero scomparsi nel nulla.

Rimasta sola viene prima affidata ai servizi sociali, e poi allo zio della madre, unico parente ancora in vita.

A casa dello Zio Fergus vivono altri quattro ragazzi, tre maschi e una femmina, che sembrano avere molti segreti.

Meriel scopre che non solo lo zio ha conosciuto bene i suoi genitori, ne è stato anche il tutore legale, ma anche i ragazzi hanno conosciuto i suoi genitori, ma allora perché nasconderglielo?

Un altro mistero è la porta rossa da cui proviene una melodia di pianoforte, nonostante in tutto il castello non ci sia nessun pianoforte.

Meriel si sente attratta da questa porta, ma se ne pentirai subito appena la varcherà una notte seguendo uno dei ragazzi.

Il ragazzo mise da parte un libro che lei riconobbe subito e le sorrise. Gli si avvicinò, sedendosi al posto davanti a lui.
«Non lasci mai perdere la tua sete di conoscenza, non è cosi?»
«Mi sembra che la mia infrenabile voglia di sapere tutto non vi ha mai dato fastidio, o altro.» Continuò a sorriderle ma questa volta in modo malizioso.
«Vero, se non ci fossi stato tu saremmo morti il novanta per cento delle volte.» Scosse la testa mordendosi il labbro inferiore. «Anche se è stato grazie alle nostre doti straordinarie, in parte, se siamo ancora vivi.»

Romanzo fantasy autopubblicato e primo volume di una trilogia.

Già nello disclaimer, l’autrice dichiara che il romanzo riprenderà molte storie letterarie conosciute, ma rimodellate dalla sua fantasia, e infatti troveremo, ad esempio, riferimenti all’Isola che non c’è, al golfo delle sirene, allo Stregatto, o ancora al Cappellaio matto, ma anche la storia di fondo ha un senso di dejà vu.

infatti la storia della ragazza orfana che viene mandata nel maniero dello zio, in cui ospita ragazzi particolari, è l’inizio di altri romanzi dark academia e young adult, come ad esempio Crave di Tracy Wolff.

Il linguaggio utilizzato è semplice e rispecchia l’età dei personaggi, che sono descritti con mille sfumature rendendoli reali e plausibili.

Anche le ambientazioni sono molto visive, e ci sentiamo trasportati all’intero di ogni singola avventura, come se la stessimo vivendo in prima persona.

Il ritmo narrativo è molto ben cadenzato, velocizzando ci la lettura, e la storia riesce a conquistarci fin da subito, descrivendoci un sogno che conduce a un mistero, il primo di un elenco che troveremo e che vorremo risolvere.

Una lettura conturbante e avvincente.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dall’autrice

RECENSIONE – Lycana – Ulrike Schweikert – Armenia 2010

TRAMA

Alla fine del XIX secolo la specie dei vampiri rischia ormai di scomparire. Rimane un'unica speranza: le nuove generazioni devono tornare a prendere coscienza dell'Eredità della Notte e riportare i clan alla grandezza e alla potenza di un tempo. Presso i ruvidi Lycana, sulle coste irlandesi battute dalle tempeste, Alisa del clan dei Vamalia, l'affascinante Franz Leopold dei Dracas di Vienna e gli altri giovani vampiri devono imparare a soggiogare pipistrelli, lupi e aquile e ad assumerne le sembianze. 
Ma quando i licantropi escono dalle loro caverne per riprendere l'antichissima faida contro i vampiri, gli eredi sono coinvolti in un vortice di uccisioni e di avvenimenti misteriosi che minaccia di inghiottirli tutti… Sullo sfondo del paesaggio mistico-romantico dell'Irlanda, l'autrice coinvolge i suoi lettori in un appassionante dramma che ruota attorno a giovanissimi vampiri, antichi poteri e un amore esiziale.

RECENSIONE

Un nuovo anno è iniziato e gli eredi si dirigono alla volta dell’Irlanda, è il turno del clan Lycana ospitare la scuola e il gruppo di ragazzini.

Tutti non vedono l’ora di rincontrarsi, o per lo meno quasi tutti, ci sono sempre i Dracas, con la loro altezzosità, che vorrebbero evitare di stare insieme agli altri, reputandoli inferiori. Tutti tranne Franz Leopold, lui non vede l’ora di iniziare la scuola per poter rivedere Ivy, la bella erede Lycana di cui si è innamorato.

Le lezioni procedono notte dopo notte, fino a quando cinque bare sconosciute arrivano nel territorio della Rocca costringendo gli Eredi a scappare da Dunluce Castle e chiedere asilo presso Dunguaire Castle da Ulicia.

Nel frattempo la druida Tara è alle prese con una coppia di fidanzati molto anomala, che rischia di far riaccoppiate un’antichissima guerra: la vampira Áine e il licantropie Peregrine. Specialmente dopo la morte di quest’ultimo, che non si sa se è avvenuta per mano dei cacciatori o del suo stesso clan dopo aver scoperto la sua relazione con una vampira.

Un secondo romanzo pieno di eventi, di informazioni e di azione, che lo rende un ottimo volume togliendolo dal suo ruolo canonico di volume di mezzo.

Ritroviamo tutti i personaggi che abbiamo conosciuto nel primo volume e che abbiamo imparato ad amare, ognuno di loro un po’ più grande, sia fisicamente che mentalmente, infatti ognuno di loro ha maturato tantissima esperienza dalle vicende del primo volume e l’autrice ha saputo renderla perfettamente.

Le descrizioni sono sempre minuziose e ben dettagliate permettendoci di immaginarci alla perfezione le ambientazioni viaggiando insieme agli eredi in luoghi lontani, meravigliosi e misterioso.

La storia è sempre molto ben ritmata e si srotola su percorsi coinvolgenti che catturano il lettore a 360 gradi.

Una lettura stupenda che invoglia a prendere in mano subito il terzo volume.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

REVIEW PARTY – Wicked – Gregory Maguire – Mondadori 2022

TRAMA

«Qualcosa di completamente nuovo. Un risultato davvero stupefacente.» – Philip Pullman
Elfaba, la Perfida Strega dell'Ovest: «Per definizione, il male si nasconde.»
Glinda: «Sono ricca sfondata, l'avresti mai detto? Chi immaginava che la beneficenza fosse così redditizia?»
Principessa Elefantessa Nastoya: «Quando ci troviamo di fronte a un bivio, quando l'aria puzza di tragedia, a rimetterci sono coloro che non indossano una maschera.»
Il Mago di Oz: «Il punto, mia verde fanciulla, è che non tocca a una giovane, né a una studentessa, né a una cittadina decidere ciò che è giusto e ingiusto. È compito dei capi.»
Dottor Dillamond: «Cosa pensate che intendesse Madame Morribile concludendo il secondo Quell con l'epigramma 'Animali, abbassate la cresta'!»
Madame Morribile: «Con il passare del tempo e una cornice abbastanza ampia, tutto ciò che possiamo dire o fare finisce per rivelarsi ironico.»
Fiyero, principe degli Arjiki di Kiamo Ko: «Cosa credi di sapere della perfidia?»

RECENSIONE

Regno di Oz.

Nel villaggio dei Succhialimoni nasce una bambina con la pelle verde e i denti aguzzi, che viene chiamata Elfaba.

Figlia di un predicatore e di una nobildonna che ha lasciato tutto per seguire il marito, viene cresciuta come se fosse un mostro, una punizione per qualche peccato.

Quando Elfaba ha tre anni la madre rimane incinta di nuovo, stavolta la nascitura, Nessarosa, sembra normale, a parte che non ha le braccia. La madre è sconvolta, ma una fattucchiera le predice che le due figlie, insieme, faranno grandi cose in futuro.

Entrambe le ragazze, appena compiono l’età giusta, vanno a studiare a Shiz, e si interessano della causa in difesa degli Animali, quegli animali antropomorfi che si dice abbiano ricevuto un’anima, e che hanno la capacità di parlare e ragionare come gli uomini, diventando anche docenti, come il Dottor Dillamond, un Caprone che insegna letteratura alla scuola di Elfaba.

Sarà proprio l’omicidio di Dillamond che cambierà la vita alle ragazze.

Nessarosa, finita la scuola torna nel villaggio dei Succhialimoni e inizia a governarlo, venendo presto chiamata la Malvagia strega dell’est, fino a quando a causa di un tornado non verrà schiacciata dalla casetta di Dorothy come ben sappiamo.

Elfaba si trasferisce a Ovest, dopo aver provato a portare all’attenzione del Mago di Oz la causa degli Animalesche l’ha scacciata malamente, diventando così la Malvagia strega dell’ovest, continuando però a mantenere la sua amicizia con Glinda, la sua compagna di stanza, diventata la Strega buona del nord.

Primo romanzo di una saga composta da quattro volumi, di cui è l’unico arrivato in Italia. La prima volta è stato pubblicato nel 2006 dalla Sonzogno, e ora Mondadori lo sta riportando alla luce.

Nel 2003 è stato anche usato come base per strutturare un musical a Broadway, diventando uno dei musical più famosi al mondo.

L’autore ha voluto ripercorrere tutta la vita delle quattro streghe di Oz, partendo da Elfaba, spiegando da dove derivi la sua cattiveria, cosa l’abbia scatenata, e il suo comportamento nei confronti del mondo, ma soprattutto del Mago e di Dorothy, facendo diventare questi ultimi i veri antagonisti di tutta la storia.

Infatti non potremmo esimerci dal provare una certa empatia con Elfaba, immedesimandoci in lei, perché chi di noi non ha mai ricevuto atti di bullismo più o meno lieve, prese in giro, o semplicemente comportamenti denigratori che ci hanno fatto soffrire, ed è proprio su questi temi che vuole puntare l’autore, toccando così l’animo di ognuno di noi.

Nonostante sia interessante vivere la vita e la storia di Elfaba, partendo dalla sua nascita finì a quando Dorothy e il Mago di Oz tornano in Kansas, devo purtroppo dire però che la narrazione ha un ritmo davvero molto lento, ma questo è l’unico vero difetto che si può trovare riguardo al libro.

Infatti il romanzo si presenta con descrizioni molto minuziose, sia a livello ambientale che psicologico, specialmente a livello psicologico, che ci porta a vivere appieno le vicende, ci sentiamo coinvolti, ma avrei preferito un ritmo narrativo più veloce e cadenzato.

Purtroppo il romanzo è lungo, un vero e proprio mattoncino, e avendo un ritmo così lento porta davvero il lettore ad arrancare pagina dopo pagina, interrogandosi più volte se continuare o saltare qualche pezzo, spinto solamente dalla voglia di sapere come Elfaba si comporterà e affronterà il tutto.

Una lettura nel complesso piacevole e interessante, che consiglio di fare dopo aver letto però la storia originale.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

RECENSIONE – Chernobyl – serie TV di Craig Mazin del 2019

Serie TV documentario sulla strage avvenuta il 26 aprile 1986 nell’Ucraina Sovietica scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck per HBO e Sky Atlantic.

La serie è composta da 5 episodi della durata di 50-60 minuti l’uno e ripercorre tutti gli eventi accaduti, puntando molto sull’aspetto tecnico, ma anche su quello psicologico degli eventi.

Nella serie vengono raccontati i fatti conosciuti, ma anche quelli che non si conoscono, tutti i tentativi di insabbiare le cose, a discapiti di milioni di abitanti che sono morti.

Tutte le notizie e le informazioni usate per la serie arrivano da due fonti, quelle raccolte dalla scrittrice Premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievič basandosi sia sui fatti storici, ma anche raccogliendo i resoconti e le testimonianze degli abitanti di Pripyat, che poi ha usato per il suo romanzo Preghiera per Černobyl, che quelle del saggio Chernobyl 01:23:40 di Andrew Leatherbarrow.

Oltre ai fatti storici la serie dà grandissimo risalto a tutti quegli eroi che si son offerti volontari dando un enorme contributo per delimitare i danni dell’esplosione evitando che si estendesse a tutta Europa.

Pripyat, Ukrainian SSR, 26 aprile 1986

Esplosione del nocciolo del reattore nucleare, ma i tecnici hanno dato del pazzo a chi lo diceva, convinti che fosse esploso solo il serbatoio e che bastassero i pompieri a spegnere l’incendio per sistemare tutto.

Ovviamente non era esploso il serbatoio, ma confermarlo avrebbe fatto capire che non avevano la situazione sotto controllo e che la centrale nucleare non era sicura e ben strutturata come volevano far credere al mondo intero.

Così facendo non hanno messo nulla in sicurezza. I primi a manifestare gli effetti delle radiazioni sono stati tutti i lavoratori dentro alla centrale nucleare e i pompieri accorsi per spegnere le fiamme, credendo che si trattasse di un semplice incendio.

Subito dopo le radiazioni si sono espanse all’esterno, colpendo i cittadini che erano sul ponte vicino al luna park, ora chiamato il Ponte della morte, a guardare lo spettacolo delle fiamme, senza sapere che erano proprio in linea d’aria vicinissimi alla centrale.

Da quel momento le radiazioni si sono sparse per tutta Pripyat, Kiev, e alle cittadini confinanti, che sono state evacuate troppo tardi perché non si voleva far sapere il casino accaduto, infatti le evacuazioni sono state fatte solamente quando in Svezia e in Germania hanno rilevato le radiazioni e controllato con i satelliti l’accaduto.

Per cercare di insabbiare il tutto hanno misurato il livello di radiazioni con un dosimetro che non superavano una determinata soglia, così da non avere i valori reali e Mosca stessa ha dichiarato che gli unici feriti, poi morti, erano solamente i 31 pazienti che erano stati trasferiti presso di loro, così da non allarmare nessuno, e dichiarando in segreto che l’ospedale di Pripyat venisse chiuso in quarantena, in modo che nessuno potesse uscire, e la notizia non potesse essere divulgata.

I primi ammalati, ovvero i dipendenti e i pompieri, hanno visto la propria pelle cuocersi sotto i loro occhi, ustionati dalle radiazioni che ormai erano nell’aria che respiravano.

Fa impressione notare come la popolazione, ignara di tutto, era incuriosita dallo spettacolo delle fiamme e si fidava di quello che sentiva, mentre l’assistente capo ingegnere della centrale continuava a dire che bastava semplicemente versare acqua sul nucleo per abbassare le temperature e far sì che si tornasse alla normalità, non dando credito ai tecnici che continuavano a dire che il nucleo era esploso, anzi dichiarandoli pazzi e sotto shock, e aiutando il direttore della centrale a fare un rapporto non preoccupante per evitare che possano essere incolpati di qualcosa.

Tutto viene fatto in nome del socialismo sovietico, se lo stato parla lo stato ha ragione, e seguendo questa idea l’unica azione per delimitare i danni è stata quella di chiudere la città, tagliare linee telefoniche e qualsiasi altro mezzo di comunicazione con l’esterno, chiudendo così le bocche di tutti.

Come i direttori della centrale hanno chiuso la bocca a tutti quei tecnici che hanno cercato di trasmettere i dati reali, attaccandosi al concetto che il nucleo di un reattore non può esplodere, specialmente se del loro reattore.

Fa schifo vedere come i dirigenti e i politici, sicuri dentro ai loro rifugi nucleari a fare riunioni, si concentrino esclusivamente sulla figura che farebbero con il mondo e con Mosca e con Gorbačëv, cercando di trovare scusanti e spiegazioni che minimizzassero gli effettivi danni.

Tutto invece di preoccuparsi della popolazione, di preoccuparsi a evacuare le città, a preoccuparsi di aprire gli occhi e vedere cosa realmente fosse successo.

Una serie TV che colpisce lo spettatore come un pugno nello stomaco, specialmente se lo si guarda prima o dopo altri documentari che ci fanno vedere come sono oggi le zone, dichiarate ancora zona di esclusione per i grandi quantitativi di radiazioni che ancora oggi permeano il territorio.

Le città sono state invase dalla vegetazioni, ma dentro alle abitazioni, ormai distrutte, ci sono ancora i resti di una vita, vestiti, piatti, giocattoli, tutta la roba abbandonata.

Nell’ospedale si può vedere come oggetti semplici come sedie o lettini, hanno ancora valori elevatissimi di radiazioni, oggetti su cui si erano sedute e sdraiate le prime vittime, i pompieri chiamati a spegnere quello che avevano riferito come un semplice incendio.

Zone che ancora oggi raccontano una storia terribile, in cui possiamo vedere cani e altri animali, nati e cresciuti lì, che non possono uscire dal territorio perché radioattivi loro stessi. Animali a cui viene portato il cibo dai soldati che controllano la zona, ma che non possono essere toccati, avvicinati o quant’altro.

Un pezzo di storia atroce che poteva essere evitato, o quanto meno ridotto, se solo la gente al potere avesse ascoltato chi voleva far loro capire cosa realmente stesse succedendo.

Se solo avessero pensato alla salute del loro popolo invece di cosa avrebbero pensato gli stati vicini. Se solo, come tutte le persone al potere, avessero messo da parte un po’ di presuntuosità e prosopopea.

Una serie che andrebbe fatta vedere anche nelle scuole.

Micol Borzatta

Guardato su Sky

RECENSIONE – La casa del pazzo – P.I.T. – Sperling & Kupfer 2019

TRAMA

Una casa abbandonata vicino al cimitero dove, si mormora in paese, viveva un pazzo che odiava i bambini. Sono passati anni dalla sua morte, quasi nessuno ricorda più quell'uomo, ma chi osa entrare sente ancora qualcuno che fischia e viene scacciato a sassate. Eppure l'abitazione è vuota.
Nel 2018 Paolo e Debora, fondatori del PIT (Paranormal Investigation Team), ricevono una segnalazione e decidono di investigare. È così che prende il via La casa del pazzo, una delle loro indagini più torbide e terrificanti, che ha tenuto a lungo i fan con il fiato sospeso, perché nulla era come sembrava. Neanche la conclusione. Paolo e Debora, infatti, avvertivano che qualcosa stava sfuggendo e hanno portato avanti un'ulteriore ricerca, affiancati dal loro team, perlustrando caserme abbandonate, ruderi, vecchie chiese e manicomi per scoprire l'agghiacciante rivelazione finale. In questo libro, ripercorrono l'intera storia, svelano particolari inediti, forniscono foto, testimonianze e prove inoppugnabili, e raccontano l'ultimo, angosciante segreto. Quello che teneva un'inquietante presenza legata alla casa, incapace di trovare riposo. Una storia vera, ricca di colpi di scena, che continua a stupire, commuovere e spaventare.

RECENSIONE

«Non avrei mai immaginato che un giorno sarei stata proprio io ad addentrarmi in quel luogo spaventoso per cercare la verità e capire dove l’immaginazione cede il passo a una realtà ben peggiore. Che mi sarei ritrovata a entrare a mia volta in quella che tutti, in quel piccolo paese sperduto nella provincia, chiamavano da sempre “la casa del pazzo?,»

Dopo aver seguito per molto tempo il P.I.T. sul loro canale YouTube, e aver seguito attentamente anche questa indagine, finalmente sono riuscita a prendere il loro libro e leggere tutta l’indagine, correlata da fotografie, messaggi audio che è possibile ascoltare tramite i QR Code e riaffrontare passo passo tutta la storia, una storia che ci farà emozionare tantissimo.

Chi sono però Debora e Paolo?

Debora Bedino e Paolo Dematteis sono i fondatori del P.I.T. il Paranormal Investigation Team. Da sempre appassionati di paranormale, hanno collaborato con la trasmissione Mistero e con l’omonima rivista. Nel 2013 hanno aperto, come detto sopra, il loro canale YouTube, dove pubblicano tutte le loro indagini, da soli o con collaborazioni con altri YouTuber, e anche delle web Series molto carine, scritte da Debora.

Con l’aiuto di un team di professionisti visitano luoghi infestati, o presunti tali, sui quali aleggiano misteri e leggende, per scoprire le cause di apparizioni e altri fenomeni inspiegabili, cercando sempre di dare spiegazioni, o raccontarci la verità su queste storie e sulle anime bloccate.

L’indagine di questo romanzo è iniziata, come sempre, tramite una segnalazione relativa a una casa, costruita vicino a un cimitero, in cui anni addietro viveva un uomo che aveva l’abitudine di lanciare sassi ai bambini che gli passavano davanti casa, e per questo era stato soprannominato il pazzo, ma la verità che ci sta dietro è terrificante e sconvolgente.

Il romanzo è tutto scritto in prima persona dalla diretta voce di Debora, con tanto di lettere, messaggi, fogli di documenti e di ricerche, fotografie e vocali, trasmettendo al lettore tutta la fatica e le ricerche che hanno fatto i ragazzi per mettere insieme tutto il materiale e scoprire la terribile verità che sta dietro a tutta la vicenda, e a differenza dei loro video si può percepire tutte le emozioni e i pensieri che ovviamente in un video non è possibile trasmettere.

Un romanzo eccezionale, scritto da due persone veramente ingamba.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

RECENSIONE – La piuma magica di Gwendy – Richard Chizman – Sperling & Kupfer 2020

TRAMA

Dopo il successo della Scatola dei bottoni di Gwendy, scritto a quattro mani con Stephen King, Richard Chizmar ci riporta a Castle Rock – patria d'elezione dell'immaginario kinghiano – per raccontarne il seguito. Una storia mozzafiato che ci interroga sul peso del fato e delle nostre decisioni, e sul prezzo che dobbiamo pagare per quelle stesse scelte quando ci portano a realizzare i nostri desideri più profondi.
«Gwendy ci sta a cuore. A dire il vero, io in un certo senso me ne sono innamorato, e mi fa davvero piacere che sia tornata per una nuova avventura» - Stephen King
Bentornati nella città degli incubi
Dopo una bufera di neve, la piccola città di Castle Rock si risveglia all'improvviso dal suo torpore: due adolescenti sono scomparse nel nulla. Lo sceriffo e la sua squadra danno subito il via alle ricerche, in una drammatica corsa contro il tempo. A Washington, Gwendy Peterson ha iniziato una nuova vita, conquistando la fama come scrittrice e come politica. Si è lasciata alle spalle l'infanzia trascorsa a Castle Rock e il ricordo dell'estate in cui un uomo misterioso le aveva dato in custodia una scatola dotata di bottoni colorati e di ambigui poteri. Tornato a riprendersela, lo sconosciuto le aveva promesso che non l'avrebbe rivista mai più. E invece, ora, ecco ricomparire quella scatola, senza motivo e senza istruzioni. Proprio mentre da Castle Rock le giunge la notizia delle ragazze scomparse. Gwendy ha sempre pensato di essere l'unica artefice del proprio successo, frutto di tenacia e duro lavoro. Ma forse il suo destino è legato a doppio filo a quella misteriosa scatola. Forse la missione che le era stata affidata non è ancora del tutto compiuta. Forse la attendono nuovi incubi da scongiurare prima di poter dormire sonni tranquilli.

RECENSIONE

Secondo volume della trilogia, ritroviamo Gwendy ormai adulta, sposata e che fa parte del Ministero.

Questo non è il suo unico traguardo, infatti ha anche pubblicato dei libri e partecipato a varie trasmissioni.

Sotto alle feste Natalizie, mentre spera che il marito riesca a tornare a casa per Natale, ma non avendo nessuna certezza essendo lui in una zona di guerra a fare foto giornalistiche, e tutto dipendeva dall’andamento degli eventi, ritorna a Castle Rock a casa dei genitori, dove viene coinvolta dallo sceriffo nella ricerca di due bambini rapite.

Poco prima di partire, Gwendy trova sulla sua scrivania la famosa scatola dei bottoni che aveva ricevuto da bambina e che le era stato promesso che non avrebbe mai più rivisto.

Come secondo volume non è male, anche se si nota che manca lo stile di King, essendo questo scritto quasi completamente da Chizmar.

Gli eventi della storia non sono molti e spesso vengono un po’ troppo tirati per le lunghe, portando il lettore ad annoiarsi un po’ e a non percepire quella sensazione di bisogno di sapere come continua la storia, come invece era capitato nel primo volume.

Le descrizioni sono molto dettagliate ma non troppo minuziose, altra grande differenza dallo stile classico di King, ma sono cose che un po’ ci aspettiamo, perché vengono un po’ anticipate nell’introduzione scritta proprio da Stephen King.

Nel complesso non è un brutto romanzo, e sono comunque incuriosita su dove punterà il terzo, che dovrebbe chiudere la trilogia e quindi le vicende di Gwendy.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

RECENSIONE – Nosferas – Ulrike Schweikert – Armenia 2012

TRAMA

Alla fine del XIX secolo, gli ultimi sei clan dei vampiri superstiti si sono sparsi per tutta l'Europa. Pur nutrendo una reciproca e profonda ostilità, nel momento in cui la modernità minaccia di estinzione la loro specie, scoprono che esiste un unico modo per sopravvivere: addestrare i propri figli, gli Eredi della Notte, in modo che ognuno di loro possa beneficiare delle risorse degli altri clan... La formazione degli Eredi della Notte ha inizio a Roma. 
L'irlandese Ivy, l'inglese Malcolm, il viennese Franz Leopold e la tedesca Alisa dovranno imparare dai maestri italiani ad acquisire l'immunità dai poteri della Chiesa. Sennonché una serie di omicidi all'interno del clan italiano getta un'ombra sinistra sull'apprendistato dei giovani. Un misterioso cacciatore di vampiri è in cerca di prede e, quando i quattro cercano di catturarlo, scoprono una diabolica cospirazione tra i loro ranghi.

RECENSIONE

Il regno dei vampiri è a rischio. Non ci sono più nuove generazioni, mentre aumentano i venerandi, che sempre più spesso preferiscono scegliere di morire, stufi di un’eternità che ormai non capiscono più a causa dei troppi cambiamenti.

Seguendo il consiglio della Druida, le sei famiglie di vampiri rimasti, decidono di riunire la loro prole in una speciale accademia, in cui potranno imparare a usare i doni naturali di ogni clan, in modo che tutti sappiano usare tutto e possano così sopravvivere al nuovo mondo.

Non riuscendo a decidere in quale luogo creare l’accademia, decidono che passeranno un anno per ogni casata, e il primo anno di scuola sarà fatto a Roma, presso i Nosferas, e impareranno a difendersi dagli oggetti sacri, in modo da potersi avvicinare, toccare e recare nei luoghi di culto senza soffrirne.

Mentre i ragazzi sono tutti riuniti, si accorgono che molti Nosferas stanno sparendo, e non sono tutti venerandi, molti sono relativamente giovani. A minacciarli sono il gruppo delle Red Mask, un gruppo di cacciatori di vampiri comandato dalla Chiesa, che ha come unico scopo estirpare per sempre dalla faccia della terra il Male.

I ragazzi, vedendo che il capo clan Nosferas sembra non fare niente, decidono di indagare per conto loro, e scopriranno che il pericolo non arriva solo da fuori, ma anche ad dentro, infatti nel clan c’è un infiltrato, qualcuno che sta facendo il doppio gioco.

La druida insistette a fissarlo per un po, poi rivolse di nuovo lo sguardo ai capiclan.
«Temete di essere scalzati dalle creature da voi plasmate? Avete ragione! Vi siete scavati la fossa con le vostre mani! E non saranno né i servitori né gli uomini a seppellirvi per sempre. E tutta colpa vostra! Vi combattete da secoli, e cercate di tenere pura la linea del sangue delle vostre famiglie. Coltivate soltanto il sapere e la forza originati dal vostro ceppo, e avete dimenticato e rimosso tutto il resto. Se continuerete così non ci sarà speranza per voi.»
«Perché dovremmo stare qui ad ascoltare le chiacchiere di una vecchia creatura umana?» Seigneur Thibaut sbuffò sottovoce.
«Non siamo affatto obbligati a farlo.» ribatté Madama Elina: «Possiamo continuare a chiudere gli occhi davanti alla realtà. Comunque, nessuno può negare che sta dicendo la verità!»
«E cosa ce ne viene?» chiese la baronessa Antonia, chiuse il ventaglio e sbadigliò annoiata.
«Forse la consapevolezza e la volontà di cambiare qualcosa?» propose l’anziana druida.
«E come?» volle sapere il barone Maximilian.
«Uscite dall’isolamento e imparate l’uno dall’altro. Unite le vostre forze e cancellate le vostre debolezze.» fece una piccola pausa prima di pronunciare la mostruosità: «E lasciare che le vostre linee del sangue si mescolino.»

È la seconda volta che leggo questo romanzo. La prima volta sono arrivata in fondo con molta fatica, e infatti non mi ricordavo quasi nulla, ma questa volta mi ha colpito tanto, mi ha davvero coinvolto e catturato, dimostrazione di come ogni libro ha il suo momento giusto per essere letto.

Il romanzo è il primo di una saga di sei romanzi, in Italia purtroppo sono arrivati solamente i primi tre e gli ultimi è possibile trovarli solamente in lingua tedesca, lingua che purtroppo non conosco e che mi obbligherà a non conoscere mai la fine della storia.

Il ritmo narrativo è molto veloce e brioso, permettendo una lettura veloce, nonostante conti più di 400 pagine.

La storia è ben sviluppata, ovviamente ci sono molti stereotipi, sia per quanto riguarda le figure dei vampiri, che ricordano tantissimo i clan del gioco di ruolo Vampire the masquerade, che per quanto riguarda gli eventi, come ad esempio la nipote dei cacciatori di vampiri che vuol diventare cacciatrice, ma si infatua di un vampiro. Tutto sommato però è piacevole da leggere e non trasmette quella sensazione di già visto che spesso rovina una lettura.

Le descrizioni son molto minuziose, sembra davvero di vedere sia i paesaggi che poter toccare con mano i personaggi, a me in particolare modo è piaciuto Seymour, il lupo, permettendomi di affezionarmi tantissimo a lui, e percepirne il calore, la morbidezza del pelo, come se fosse vicino a me per tutta la durata della lettura.

I colpi di scena sono un po’ telefonati, ma fanno comunque il loro effetto, rendendo così la lettura un buon diversivo e un momento di evasione totale, regalando al lettore un paio di pomeriggi, o di serate, diverse dalla solita routine.

Una saga che mi piacerebbe che venisse ristampata e portata in Italia integralmente, e che comunque consiglio a tutti.

Micol Borzatta

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RECENSIONE – La scatola dei bottoni di Gwendy – Stephen King e Richard Chizmar – Sperling & Kupfer 2018

TRAMA

Stephen King ci riporta a Castle Rock, la città di Stand by me, con una breve storia adatta agli adolescenti e scritta a quattro mani con Richard Chizmar.
«La collaborazione tra King e Chizmar aggiunge un altro tassello alla storia di Castle Rock, e lancia un monito al nostro mondo, sempre più folle.» - The Washington Post
«Un vero gioiello, il cui unico difetto è di non essere più lungo.» - Publishers Weekly, Starred Review
«Castle Rock svela uno dei suoi più appassionati segreti.» - Booklist, Starred Review
«La Scatola dei bottoni di Gwendy è il risultato del ping pong narrativo tra King e Chizmar. È un gioco, piacevole e scorrevole, ma è un gioco che cela all'interno un meccanismo infernale.» - Antonio D'Orrico, La Lettura - Corriere della Sera
Che cosa accomuna una ragazza che non si arrende e un seducente uomo in nero? Una cosa preziosa: una scatola in mogano coperta da una serie di bottoni colorati. Ma che cosa ottenere premendoli dipende solo da lei. Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l'estate: correre tanto da diventare così magra che l'odioso stronzetto non le darà più fastidio. Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l'uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo. Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell'oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.

RECENSIONE

Siamo a Castle Rock, la cittadina che abbiamo imparato a conoscere e in cui sono ambientate tante storie, e vediamo Gwendy Peterson che tutte le mattine corre sulla Scala del Suicidio.

Gwendy ha dodici anni, ha appena finito l’anno scolastico e si è ripromessa che il successivo sarebbe stato diverso, iniziando dal suo corpo, quel corpo cicciottello che è stato la causa degli attacchi di bullismo dai suoi compagni di scuola, e per fare ciò ha deciso di correre tutti i giorni di quell’estate fino a cambiare il suo corpo.

È proprio durante una di quelle corse che Gwendy viene avvicinata da Mr. Farris, un uomo molto alto, vestito con un pastrano nero, nonostante il caldo e modi educati.

L’uomo si avvicina e consegna a Gwendy una strana scatola piena di bottoni che, all’apparenza, distribuisce cioccolatini che hanno il potere di inibire la fame, ma in realtà è molto di più.

Primo volume di una trilogia è un racconto lungo che può essere letto anche da solo, ma una volta finito è impossibile non leggere anche il seguito.

Il tema principale è la responsabilità, Gwendy infatti viene messa davanti a una scelta: ottenere quello che vuole in modo veloce, senza badare alle conseguenze, o fare le cose con testa e sacrificio, godendo pero’ per la soddisfazione del risultato ottenuto.

Un racconto di un centinaio di pagine che ci fa fermare e pensare se quello che fino a ora abbiamo ottenuto dalla vita lo abbiamo guadagnato o se lo abbiamo preso a discapito di qualcun altro.

Lo stile narrativo è quello classico di King, con molto approfondimento psicologico e descrizioni minuziose, che ci fanno entrare fisicamente nel romanzo rendendo la storia concreta e visiva.

Micol Borzatta

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