RECENSIONE – Compulsion – Meyer Levin – Adelphi 2017

TRAMA

"Il delitto del secolo" nel primo dei romanzi-verità americani, dieci anni prima di "A sangue freddo".
Oggi ricostruire fatti di sangue è diventato un intrattenimento di massa – più o meno l'unico, si direbbe. Ma c'è stata un'epoca non lontana, e peraltro abbastanza sanguinaria, in cui l'assassinio gratuito di un ragazzo da parte di due suoi coetanei veniva presentato, sulle prime pagine di tutti i giornali, come «Il delitto del secolo». 
Accadde a Chicago, negli anni Venti. Due ricchi studenti ebrei, Nathan Leopold e Richard Loeb (che qui si chiamano Judd Steiner e Artie Straus), avevano progettato un delitto perfetto, ma come chiunque indulga a questo genere di fantasticheria finirono per commettere un imprevedibile errore, che li mise rapidamente al centro di un clamoroso processo. Fu un caso che affascinò per decenni i migliori appassionati del crimine, ispirando a Hitchcock Nodo alla gola, e a Meyer Levin questa travolgente indagine, che diventa via via una superba costruzione romanzesca, dove, come in un grande film classico, protagonisti e comprimari – avvocati, reporter, psicoanalisti – fanno fino in fondo, come meglio non si potrebbe, la loro parte. Mentre a noi, per una volta, non resta che leggere.

RECENSIONE

Perché – potrebbe domandare qualcuno – riesumare questo delitto raccapricciante che risale a più di trent’anni fa? Meglio lasciarlo sepolto dal tempo, meglio dimenticare.
Certo non lo rievoco per sensazionalismo: ne scrivo nella speranza di applicare a questo caso le accresciute conoscenze acquisite nel corso degli anni, per trarne ulteriori elementi utili all’interpretazione del comportamento umano.

Il romanzo è tratto da una vicenda realmente accaduta, per l’esattezza nel 1924, nonostante il libro sia stato scritto quasi trent’anni dopo.

La vicenda coinvolge due ragazzi di buona famiglia, Nathan Leopold e Richard Loeb, che nel romanzo vengono rinominati in ordine Judd Steiner e Artie Straus, che hanno prima rapito e poi ucciso un loro coetaneo, Robert Franks.

Nonostante i due ragazzi avessero programmato tutto fin nei minimi particolari, hanno commesso un sacco di errori che avrebbero permesso alle autorità di arrivare subito a loro, se solo non si fossero intestarditi sull’idea che due ragazzi figli di due famiglie molto ricche non potevano di certo compiere atti così tremendi, per questo la giustizia ha impiegato davvero molto tempo per arrestare i colpevoli.

La cosa che ha reso questo fatto di cronaca molto interessante per l’opinione pubblica, nonostante sia stato meno truce di altri casi, come ad esempio la strage della Colombine High School, è il fatto che i due ragazzi non avevano movente per fare quello che hanno, solo voglia di sapere cosa si provasse a uccidere qualcuno.

Come spiega l’autore nella prefazione, nel romanzo vengono cambiati tutti i nomi dei protagonisti perché nonostante si sia rifatto a fatti reali, molte parti sono alterazioni in cui è stata inserita una parte romanzata per riempire alcuni punti vuoti e per provare a spiegare cosa pensassero i personaggi.

Benché gli eventi siano tratti dalla realtà, va detto che i pensieri e le emozioni dei personaggi sono una creazione dell’autore, e vengono attribuiti ai vari personaggi secondo la sua immaginazione. Per questo motivo non ho usato i veri nomi delle persone coinvolte, anche se talvolta ho fatto ricorso a citazioni testuali riportate dalla stampa. Tra queste, la più lunga è l’arringa difensiva, e a tale riguardo, in nome della giustizia letteraria, desidero fare i miei complimenti al suo vero autore, Clarence Darrow.

La storia è narrata dal punto di vista dell’investigatore Sid Silver, che altri non è che l’alter ego di Meyer Levin, che ai tempi in cui si è svolta la vicenda frequentava la stessa scuola dei due ragazzi e li conosceva molto bene.

Ai tempi aveva perfino scritto della vicenda per il Chicago Daily News, e conosceva molto bene gli eventi e i protagonisti.

Il ritmo narrativo è molto scorrevole, anche nella seconda parte, quella dedicata al processo, una parte che spesso si trasforma in un’insidia sia per gli autori che per i lettori, perché se troppo dettagliata e precisa a diventa noiosa, se narrata in modo più leggero perde genuinità e veridicità, ma Levin ha saputo riportarla dettagliatamente e precisa ma in modo scorrevole, avvincente e davvero interessante.

Molto spazio viene dato ai pensieri dei personaggi e alle loro emozioni, cercando così di capire cosa stessero pensando e cosa volessero davvero i due colpevoli.

Se è vero che la psicoanalisi ha il merito di illuminare molte zone rimaste finora oscure, il mistero essenziale del comportamento umano continua a coinvolgerci tutti. Le perizie psichiatriche nell’ambito di questo processo furono estese, innovative e spesso molto acute, ma dopo tanto tempo si può forse cercare una spiegazione più completa. Non posso sapere se la mia spiegazione sia letteralmente corretta, ma spero abbia una sua poetica qualità, e possa servire a estendere l’uso delle conoscenze disponibili per compensare i difetti degli esseri umani.

Meyer Levin ha veramente saputo trasmettere al lettore tutta la crudezza e l’assurdità di un omicidio avvenuto senza un vero movente e a delle indagini fatte veramente male e solo perché i colpevoli erano figli di papà, quindi persone giudicate a priori impossibilitate a fare azioni del genere per il preconcetto che i ricchi non possono fare atti sconvenienti.

Un romanzo intenso e potente.

Mio padre, al pari di Leopold e Loeb, era stato ammesso alla University of Chicago all’età di quattordici anni. «L’omicidio mi si presentava come una personale lezione di morale, in quanto i due criminali erano, come me, studenti precoci della University of Chicago e miei coetanei… Era inevitabile, tuttavia, che il loro “delitto decadente” mi appartenesse come un simbolo. io , il ragazzino del West Side, avevo orientato la mia precoce energia verso il successo; loro, i ricchi ragazzi del South Side, avevano impiegato quella stessa qualità in modo distruttivo.» E poco più avanti mio padre confessa: «In modo confuso e non senza una vaga ammirazione, dovuta alla moda della “voluttà dell’esperienza”, ho avuto l’impressione di capirli, e sentivo, in quanto giovane intellettuale ebreo, di avere con loro una certa affinità.»

Micol Borzatta

Copia di proprietà

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