RECENSIONE – Il cavaliere d’Islanda vol. 2 – Claudia Salvatori – Mondadori 2012

TRAMA

Kveld il vichingo è l'ultimo cavaliere in un mondo in cui la cavalleria sta morendo. Lasciata la Montagna Nera e la bellissima castellana Dama Loba, va incontro al destino che gli è stato profetizzato e diventa il protettore del Perfetto fra i Perfetti, il papa cataro. Partecipa allo scontro finale, la battaglia che decide il corso della Storia e il futuro della cristianità. E gli viene rivelato uno sconvolgente segreto. Il cavaliere venuto dall'ultima terra del mondo dovrà ripartire ancora, per cercare in luogo in cui la vita sia possibile.
Il volume è impreziosito da liriche di trovatrici d'epoca.

RECENSIONE

Kveld, figlio di un prete e di una vichinga, viene diseredato dal padre quando scopre che non ha rinnegato le sue origini materne.

Si trova così a dover lasciare il suo paese e si dirige prima in Inghilterra e poi in Francia. Viene notato da Re Riccardo Cuor di leone che lo nomina cavaliere e lo prende sotto la sua protezione.

Anche questa volta la felicità dura poco, sconvolto dall’ultima crociata e rimasto senza protezione a causa della morte di re Riccardo, la sua unica possibilità di sopravvivenza è quella di unirsi al frate Domenico di Guzmàn e alla sua setta del Regno del serpente.

Secondo volume della saga ritroviamo lo stesso linguaggio un po’ antico che ci trasporta immediatamente nell’epoca medioevale, grazie anche alle minuziose descrizioni, molto vivide e precise.

Il ritmo narrativo è molto veloce, e anche questa volta ci sentiamo molto legati a Kveld, che si trova sempre ad affrontare un dualismo dell’anima e delle scelte che gli propongono due futuri opposti.

Il tema del dualismo è come sempre molto ben trattato e approfondito.

Un ottimo secondo volume.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

RECENSIONE – Delitto in Cornovaglia – John Bude – Vallardi 2021

TRAMA

Una perla dell'epoca d'oro della narrativa poliziesca.

Il reverendo Dodd, vicario di Boscawen, tranquillo villaggio sulla costa della Cornovaglia, trascorre le sue serate leggendo storie poliziesche davanti al focolare – ma non sia mai che anche solo l'ombra di un vero crimine possa venire a turbare la serena routine della sua parrocchia sul mare! La pace del vicario finisce tuttavia per essere infranta in una notte di tempesta, quando Julius Tregarthan, un riservato e scontroso magistrato del posto, viene ritrovato a Greylings, la sua residenza appena fuori Boscawen, con una pallottola in testa. I sospetti sembrano cadere sulla nipote di Tregarthan, Ruth, anche se è impensabile che la giovane donna abbia un movente per sparare allo zio a sangue freddo. Fortunatamente per l'ispettore Bigswell, il reverendo Dodd, dopo aver sorpreso per anni i parrocchiani con le sue argute deduzioni sulla vita quotidiana del paese, è ora pronto a mettere al servizio della giustizia la sua profonda comprensione della mente criminale… Un classico racconto del periodo d'oro della narrativa poliziesca d'Oltremanica ambientato in un villaggio di pescatori della Cornovaglia vividamente descritto dalla brillante penna di John Bude.

RECENSIONE

Siamo in Cornovaglia, in un piccolissimo paesino dove non succede mai nulla, e in cui il reverendo è un appassionato di letture investigative.

Il reverendo Dodd, infatti, aspetta con ansia le cene del lunedì sera con il suo grande amico Dottor Pendrill per poter aprire il suo famoso baule di libri gialli e scegliere la lettura serale, con cui sfidarsi a chi risolve per primo il mistero e trova l’assassino.

È così che quando arriva la telefonata che comunica il ritrovamento del cadavere del magistrato Julius Tregarthan nella sua residenza fuori dal paese, e delle accuse verso la nipote Ruth, Dodd gongola dentro di sé, non perché sia contento dell’evento, ma perché ha la possibilità di usare le sue doti nella realtà, e aiutare così l’ispettore Bigswell a non incriminare un’innocente.

Romanzo accattivante fin dalle prime pagine che riesce a trasportarci in un altra epoca e in un altro ambiente, grazie a descrizioni magnifiche, molto visive e minuziose che prendono vita tutto intorno a noi per tutta la lettura.

L’indagine è costruita molto bene, rispecchia perfettamente la mentalità dell’epoca, quando un caso si risolveva grazie a deduzioni, ricostruzioni logiche e voglia di trovare la giustizia, quella vera.

Il ritmo narrativo è veloce, molto ben cadenzato, che ti porta a girare una pagina dopo l’altra senza nemmeno accorgerti del passare del tempo, e delle pagine, arrivando così alla fine del romanzo in un soffio.

Una lettura che rientra tranquillamente nei classici, adatta a essere letta in qualsiasi momento, anche in spiaggia sotto all’ombrellone, o sui mezzi nella quotidianità che ci obbliga a fare i pendolari.

Consigliatissimo sia agli appassionati del genere che a chi ci si vuole avvicinare per la prima volta.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

RECENSIONE – 72 giorni. La verità dei sopravvissuti delle Ande e la mia lotta per tornare – Nando Parrado – Piemme 2006

TRAMA

Un aereo precipita su una cima delle Ande. Delle 45 persone a bordo, 17 muoiono nell'impatto. Per gli altri ha inizio una lotta per la sopravvivenza a 40 gradi sottozero. Al decimo giorno, le poche scorte di cibo sono finite. C'è una sola cosa che possono fare per rimanere vivi: nutrirsi dei corpi dei compagni morti. In un patto quasi sacrale, i sopravvissuti affidano l'uno all'altro il proprio consenso. Nando Parrado è tra loro. Ha vent'anni ed è uno dei membri della squadra di rugby che si trovava a bordo dell'aereo. La madre e la sorella sono morte, lui stesso le ha sepolte nella neve, scavando a mani nude e desiderando di raggiungerle. Ma poi la speranza e il pensiero del padre disperato gli hanno dato la forza di lottare. Quando, due mesi dopo, diventa chiaro che i soccorsi non sarebbero più arrivati, è lui, Parrado, a decidere di scalare la montagna per raggiungere il Cile. Senza guanti né cappello, vestito di niente e provato nel fisico. Nessuno credeva che ce l'avrebbe fatta.

RECENSIONE

Fernando Seler Parrado Dolgay, conosciuto come Nando, è un ex rugbista uruguaiano nato nel 1949, e uno dei sedici superstiti al disastro aereo delle Ande.

Ci furono quattro bruschi scossoni mentre la pancia dell’aeroplano urtava sacche di turbolenza. Alcuni lanciarono gridolini e applaudirono, come fossimo al luna park.
Mi portosi a rassicurare con un sorriso Susy e mia madre. Quest’ultima aveva un’aria preoccupata. Aveva messo via il libro che stava leggendo e teneva la mano di mia sorella. Volevo di r loro di non preoccuparsi, ma prima che potessi parlare fu come si il fondo della fusoliera sprofondasse, e l’aereo si abbassò bruscamente di qualche centinaio di metri causandomi un vuoto allo stomaco.
Ora il Fairchild sobbalzava e ondeggiava in messo alla turbolenza. Mentre i piloti tentavano di stabilizzarlo, Panchito mi diede una gomitata.
«Guarda lì Nando» disse «è normale essere così vicino alle montagne?»
Mi chinai a guardare fuori dal finestrino. Stavamo volando in una spessa coltre di nubi, ma da alcuni squarci vidi passare una massiccia parete di roccia e neve. L’aereo sussultava bruscamente e la punta ondeggiante dell’ala era a meno di dieci metri dalle pendici scure della montagna. Per un attimo rimasi a guardare incredulo, poi i piloti spinsero al massimo i motori nel disperato tentativo di riprendere quota. La fusoliera si mise a vibrare con tale violenza che ebbi paura che andasse in pezzi. Mia madre e mia sorella si voltarono a guardarmi dai loro posti. I nostri occhi si incontrarono per un attimo, poi un tremito potente scosse l’apparecchio. Ci fu un terribile fragore di metallo frantumato. D’improvviso vidi il cielo aperto sopra di me. L’aria gelida mi bruciò il viso e vidi, con una strana calma, le nubi che ondeggiavano nel corridoio. Non ci fu tempo di rendersi conto della situazione, di pregare o di provare paura. Successe tutto in un batter d’occhio. Poi una forza inimmaginabile mi strappò dal mio sedile e mi proiettò in avanti nel buio e nel silenzio.

Il 13 ottobre 1972, il volo 571 della Fuerza Aérea Uruguaya si schiantò sulle montagne delle Ande a causa del mal tempo. Il volo aveva fatto una sosta, e mentre i piloti stavano decidendo se continuare o tornare indietro, i passeggeri, ovvero l’intera squadra di Rugby Old Christians Club con gli allenatori, parenti e amici, hanno iniziato a fare pressione psicologica perché i piloti li portassero a destinazione, a Santiago del Cile, dove dovevano giocare un’amichevole e non la volevano perdere in nessun modo. Erano giovani e si sentivano invincibili.

Questa prima parte, ambientata prima dell’incidente, in cui vengono presentati tutti i passeggeri, i loro ruoli nella squadra di rugby, come sono cresciuti e come si sono conosciuti, è molto lenta e poco accattivante, viene voglia di saltarla, ma appena si arriva al momento dell’incidente, causato molto probabilmente anche dal comportamento dei ragazzi, il ritmo cambia totalmente diventando avvincente, claustrofobico, facendoti sentire il gelo della montagna nonostante fuori ci siano 40 gradi.

Nelle prime ore non ci fu nulla, né paura né tristezza, nessuna sensazione del passare del tempo, nemmeno il barlume di un pensiero o di un ricordo, solo un nero e perfetto silenzio. Poi apparve la luce, un tenue chiarore grigiastro, e io riemersi dalle tenebre come un tuffatore che torna lentamente in superficie. Stille di coscienza penetrarono nel mio cervello a poco a poco e mi svegliai con gran fatica in un mondo crepuscolare a metà fra il sonno e la realtà. Sentivo delle voci e avvertivo dei movimenti intorno a me, ma i miei pensieri erano nebulosi e la mia vista offuscata. Distinguevo solo sagome scure e pozze di luce e ombra. Mentre osservavo confuso quelle forme vaghe, vidi che alcune delle ombre si muovevano, e alla fine mi resi conto che una di esse era china su di me.

I pochi superstiti, all’inizio sono in 33 su 45 passeggeri totali, si risvegliano in mezzo alla neve e al ghiaccio, l’aereo distrutto e intorno a loro i morti, cadaveri di amici e parenti e di tutto il personale di bordo. La maggior parte di loro sono feriti gravi, tra i quali anche Nando, l’autore, che si risveglia dopo tre giorni dall’incidente, tutto coperto di sangue e tastandosi la testa si accorge che è rotta e riesce a sentire il tessuto spugnoso del cervello.

Dei 33 feriti solamente 16 riescono a tornare a casa vivi dopo 72 giorni dispersi nelle Ande.

Nessuno dei passeggerei era vestito adeguatamente per sopravvivere a quelle temperature, e molti dei superstiti non potevano nemmeno muoversi. Per loro fortuna due dei passeggeri, Roberto Canessa e Gustavo Zerbino, erano studenti universitari di medicina, e poterono prestare i primi soccorsi, permettendo così la sopravvivenza ad alcuni di loro, che altrimenti sarebbero morti subito dopo l’impatto.

Le scorte di cibo e di acqua erano scarsissime, ma tutti cercavano di dare una mano e non si lamentavano mai per le razioni misere che spettavano loro, fino a quando purtroppo non rimasero senza niente, e nessuno ancora era giunto a salvarli, anche se grazie a una radiolina a transistor avevano saputo che le ricerche erano attive. Decidono così di cibarsi dei cadaveri, che si erano mantenuti bene essendo stati sepolti nella neve intorno alla fusoliera.

Il tutto viene descritto con una crudezza tale che sembra veramente di trovarsi bloccarsi su quella montagna, obbligati a mangiare pezzi di carne tagliati dai corpi dei propri amici e parenti.

La storia è veramente atroce, specialmente perché raccontata in prima persona da uno dei superstiti, colui che per ben due volte viene considerato morto dal gruppo di compagni, ma che invece è rimasto in vita per miracolo, fatto che lo spinge a prendere coraggio e a lasciare la fusoliera, attraversare le Ande e andare a cercare aiuto per portare a casa gli altri ragazzi.

Dal romanzo hanno tratto anche il film Alive. Spravvissuti, andato in onda nel 1993e racconta molto bene gli eventi, lasciando gli spettatori svuotati, come svuotato ti lascia la lettura di questo libro.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

RECENSIONE – L’assassinio di Lady Gregor. Un mistero scozzese – Anthony Wynne – Vallardi 2021

TRAMA

Uno dei migliori esempi di «mistero della camera chiusa».

Quello di Duchlan è il classico castello tetro e minaccioso delle Highlands scozzesi. Una notte vi viene ritrovata uccisa Mary Gregor, sorella del Laird di Duchlan, un membro della piccola nobiltà locale. La donna è stata pugnalata a morte nella sua camera da letto, ma la stanza è chiusa dall'interno e le finestre sono sbarrate. Unico minuscolo indizio sulla scena del delitto è una scaglia di pesce d'argento rinvenuta sul cadavere. L'ispettore Dundas viene inviato a Duchlan per indagare sul caso. La famiglia Gregor e la servitù sono fin troppo premurosi nel fornire di Mary il ritratto di una donna gentile e caritatevole. L'ispettore tuttavia scopre ben presto una verità più complessa, mentre la figura spietata della defunta continua a gravare sulla magione anche dopo la sua morte. Presto si verificano altri omicidi, impossibili da spiegare quanto il primo, e l'atmosfera si fa sempre più cupa. La gente del posto, in accordo con le superstizioni locali, dà la colpa alle creature che sarebbero solite emergere dalle acque profonde nei pressi del castello. Fortunatamente per l'ispettore Dundas giunge in suo aiuto il geniale dottor Eustace Hailey, detective dilettante, che riuscirà a trovare una soluzione più logica al diabolico complotto. Uno dei più famosi «misteri della camera chiusa» della narrativa poliziesca.

RECENSIONE

Romanzo giallo per la prima volta in Italia, scritto dal maggior esponente dell’enigma della camera chiusa.

Il romanzo infatti riprende in modo perfetto il mistero della camera chiusa usato molti decenni prima da Arthur Conan Doyle con il suo illustre ispettore Sherlock Holmes.

Siamo nelle lande scozzesi, in un immenso maniero viene ritrovata la padrona di casa, Lady Gregor, morta assassinata in camera sua, le finestre e la porta chiusa, e nessuna traccia che possa indicare come l’omicida sia potuto entrare o uscire.

«La carne è stata lacerata.» Si rivolse al dottor Hailey: «Lady Gregor è stata trovata inginocchiata per terra, accanto al letto.» Fece una pausa, era pallido come un lenzuolo. «La porta della stanza era chiusa dall’interno e le finestre erano sbarrate.»
«Una stanza chiusa a chiave?!» esclamò John MacCallien.
«Esatto, colonnello MacCallien. Non è entrato né uscito nessuno. Ho esaminato io stesso le finestre, e anche la porta. Le finestre non si riescono a chiudere dall’esterno, per quanto ci si sforzi. E non è possibile aprire la porta dall’esterno.»

A differenza dei classici misteri delle camere chiuse, in cui la soluzione viene trovata grazie a indizi dimenticati dall’assassino, in questo romanzo Wynne riesce a stravolgere le regole e a creare qualcosa di diverso e innovativo.

Lo stile dell’autore è molto scorrevole e coinvolgente, sia per quanto riguarda le perfette e minuziose descrizioni dei luoghi e delle ambientazioni, che per quanto riguarda i personaggi e la loro psicologia.

La storia è molto deduttiva e gioca con l’autore, tenendolo sempre teso grazie alla sua suspance e al suo mood inquietante che porta a voler approfondire sempre più gli eventi per riuscire a scoprire e smascherare il vero pericolo che c’è alla base.

Non tutto quello che ci appare è esattamente come lo vediamo o come ci vuole apparire.

Una perfetta lettura che sa farci estraniare dal mondo ed evadere, adatta anche da leggere in estate sotto all’ombrellone, quando si necessita di letture veloci, scorrevoli e intriganti.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

RECENSIONE – Gemini killer – William P. Blatty – Mondadori 1998

TRAMA

Una serie di terribili omicidi a sfondo religioso sconvolge la cittadinanza di Georgetown, negli Stati Uniti. L'anziano tenente Kinderman, durante le indagini, scopre che tutti i delitti sono in qualche modo collegati alle imprese di Gemini, un serial killer morto da anni, e all'esorcismo della giovane Regan MacNeil. Il Male non è stato sconfitto, continua ad esistere più potente di prima...

RECENSIONE

Sono trascorsi circa dieci anni da quando la storia di L’esorcista finisce e si ha l’inizio di questa nuova storia, considerato in tutto e per tutto come il seguito di quest’ultimo. Premettendo che il romanzo L’esorcista mi ha molto deluso, ho preferito di gran lunga il film, questo romanzo è stato anche lui una delusione. A questo punto penso che io e Blatty non siamo compatibili.

Il romanzo inizia subito con il ritrovamento del corpo di un ragazzino ucciso con la stessa modalità che usava un serial killer che risulta essere morto ben dodici anni prima.

Il personaggio del tenente Kinderman è realizzato in modo molto complesso rendendolo tridimensionale, ma la scelta di farlo spesso parlare a caso con discorsi strampalati o dando e precisando informazioni inutili, rende tutto molto pesante, la lettura è difficoltosa, e ci si continua a distrarre e perdere il filo.

Anche lo svolgimento della storia è molto lento, duecento pagine che pesano come se fossero mille.

Una lettura faticosa, che non mi ha lasciato nulla e che mi ha deluso tantissimo.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

RECENSIONE – Il gioco bugiardo – Ruth Ware – Corbaccio 2018

TRAMA

Il nuovo psicothriller di Ruth Ware. Il gioco è bello se nessuno si fa male…

«C'è un'inquietudine in questo libro, un disagio sotterraneo che piano piano aumenta e si tramuta in uno stato di tensione, che rende Il gioco bugiardo il miglior libro di Ruth Ware…»
Kirkus Reviews

«Un thriller psicologico coinvolgente: Ruth Ware descrive una serie di personaggi credibili e intriganti e dà vita a un mystery che terrà il lettore incollato al libro fino alla fine.»
Publishers weekly

«Grazie a Ruth Ware, un'autrice contemporanea che ha saputo riprendere gli elementi del giallo classico e reinventarli per il lettore di oggi!Una trama plausibilissima, con i colpi di scena giusti, con la dose perfetta di suspense e con la descrizione raffinata delle tensioni e dell'affetto tra quattro amiche.»
Indipendent

Il messaggio arriva in piena notte. Solo quattro parole: «Ho bisogno di te». Isa prende con sé la figlia e si precipita a Salten, dove aveva trascorso gli anni del liceo che ancora proiettano le loro ombre su di lei. A scuola Isa e le sue tre migliori amiche giocavano al gioco delle bugie: vinceva chi di loro avesse inventato la storia più assurda rendendola credibile agli occhi degli altri. Ora, dopo diciassette anni, un cadavere è stato ritrovato sulla spiaggia, facendo emergere un segreto terribile. Un segreto che costringe Isa a confrontarsi con il proprio passato e con le tre donne che non ha più visto ma che non ha mai dimenticato. Non è un incontro sereno: Salten non è un posto sicuro per loro, non dopo quello che hanno fatto. È ora che le quattro amiche affrontino la verità.

RECENSIONE

Regola numero uno. Racconta una bugia
Regola numero due. Non cambiare mai versione
Regola numero tre. Mai farti scoprire
Regola numero quattro. Mai mentirsi a vicenda
Regola numero cinque. Sapere quando smettere di mentire

Romanzo thriller psicologico di un’autrice che abbiamo già recensito qui sul blog.

Il libro si apre subito presentandoci Isa, prima come moglie e madre di una neonata e poi, tramite un flashback, al suo primo giorno di scuola, quando durante il viaggio in treno, per recarsi a scuola, incontra Thea e Kate, due delle tre ragazze con cui legherà e che saranno le protagoniste di questa storia. Sappiamo che ci sarà anche Fatima, ma per ora non l’abbiamo ancora incontrata.

Isa è una donna contenta del suo stile di vita, di suo marito, ma soprattutto di sua figlia Freya, ma ha ancora addosso quella timidezza e insicurezza che aveva da ragazzina, forse anche legato al segreto che unisce le quattro ragazze. Un segreto che ci viene fatto intuire, ma che ovviamente ancora non conosciamo, e che porterà Isa a mollare tutto e partire con la figlia in direzione di Salten appena riceve un messaggio da una delle ragazze.

Sono le tre e mezzo del mattino e io sono sveglissima. Cammino avanti e indietro sul pavimento freddo della cucina e mi mordicchio le unghie nel tentativo di soffo­care la voglia di una sigaretta. Non fumo da quasi dieci anni, ma il desiderio di una sigaretta torna di soppiatto nei momenti di stress e paura.

HO BISOGNO DI VOI.

Non è necessario chiedere che cosa significa… perchè lo so, proprio come so chi me l’ha mandato, anche se viene da un numero che non riconosco.

Molto approfondite anche le descrizioni delle altre protagoniste, anche se meno intrinseche essendo fatte dal punto di vista di Isa, che è la voce narrante di tutta quanta la storia.

Tutto il romanzo è diviso in cinque capitoli, che sono le cinque regole del gioco delle bugie che fanno le quattro ragazze, e ogni capitolo è composto da parti alternate di due momenti temporali diversi: il presente, in cui le amiche
si sono riunite rispondendo al messaggio; e il passato, ovvero vari momenti che le amiche hanno vissuto a scuola, da quando si sono conosciute in poi.

Kate fa un respiro e alza la testa, il viso in ombra alla luce della lampada.
Ma con mio stupore non parla. Invece si alza e si avvicina alla pila di giornali che stanno nel secchio accanto alla stufa, messi lì per accendere il fuoco. In cima c’è una copia del Salten Observer e lei lo prende, in silenzio, con in volto tutte le paure che ha nascosto in questa lunga notte ubriaca.
Ha la data di ieri, e il titolo in prima pagina è lapidario.

OSSO UMANO TROVATO SULLA SPIAGGIA.

Il segreto delle quattro ragazze viene accennato alla fine del primo capitolo, dopo che il ritmo narrativo è stato molto altalenante, facendoci provare la stessa frustra­zione delle protagoniste che hanno dovuto aspettare fino a notte fonda per sapere la motivazione di quel grido d’aiuto che le ha convocate.

Da questo momento, nonostante la storia inizi ad assomigliare molto a Pretty Little Liars di Sara Shepard e Dio d’illusioni di Donna Tartt, la storia si fa molto interessante e intrigante, la nostra curiosità viene stuzzicata e vogliamo asso­lutamente sapere cosa hanno combinato le ragazze.

Una lettura veramente interessante che approfondisce il lato psicologico delle protagoniste giocando con la psiche del lettore.

Un thriller consigliatissimo.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

RECENSIONE – Fatal Frame 4: Mask of the lunar eclipse – videogioco della Tecmo del 2008

Fatal Frame 4: Mask of the Lunar Eclipse, in Nord America, Zero: Tsukihami no Kamen (Zero: maschera dell’eclisse lunare) in Giappone, è un videogioco Survival horror sviluppato dalla Tecmo nel 2008.

Quarto capitolo della saga, penultimo della serie, non è mai arrivato in Italia, lo si può trovare solo in versione giapponese o inglese o, in alcuni gameplay su YouTube, tradotto in italiano amatorialmente.

La storia è ambientata sull’immaginaria isola di Rougetsu, dove avvenne uno strano fatto di cronaca legato alla sparizione di cinque bambine, e famosa per un rituale danzante che attira turisti e studiosi.

Come già avvenuto per il capitolo prece­dente, anche questa volta ci troviamo a usare quattro personaggi, con i quali gireremo sempre le stesse location, ma ognuno di loro potrà utilizzare passaggi od oggetti diversi.

Come capitolo è totalmente slegato ai precedenti, l’unico punto in comune è la Camera Obscura e il fatto che troviamo molti riferimenti al Dr. Kunihiko Asou, un occultista interessato al rituale dell’isola e che ha costruito vari strumenti legati al mondo spirituale, come la radio spirituale e la Camera Obscura, e per questo c’è un museo a suo nome sull’isola.

A differenza della radio spirituale che la vediamo solo nel primo Fatal Frame la Camera Obscura avrà un ruolo molto importante anche in questo capitolo, infatti la useremo per sconfiggere gli spiriti, spezzare i sigilli, fotografare gli spiriti innocui; ma ci sarà una novità, il personaggio di Kirishima usa una torcia che fa lo stesso lavoro della camera.

Siamo nel 1970 quando cinque bambine vengono rapite dalle loro stanze situate nel sanatorio a Rougetsu, dal serial killer Yō Haibara. Le bambine vengono ritrovate in una caverna sotto all’edificio dal detective Chōshirō Kirishima, tutte quante avevano perso la memoria.

Due anni dopo una catastrofe colpisce l’isola e tutti coloro che si trovavano su essa morirono. Nel 1978, il presente del gioco, due delle cinque bambine rapite muoiono con la faccia stravolta in una smorfia di terrore, e altre due, Misaki Asou e Madoka Tsukimori decidono di andare sull’isola per ricordare, ma scom­paiono entrambe.

Non avendo più notizie delle due amiche, Ruka Minazuki contravviene ai divieti della madre e si reca sull’isola, sia per ritrovare Madoka e Misaki che per recu­perare la sua memoria. Durante l’esplo­razione scopre che sia lei che Misaki sono affette da una malattia chiamata Malattia della Luna nascosta, una malattia trasmessa tramite tatto e vista e toglie i ricordi a coloro che ne vengono colpiti e che Misaki, sapendolo, aveva organizzato il loro ritorno sull’isola per poter essere curate.

Anche Kirishima si reca sull’isola, è stato mandato da Sayaka, la madre di Ruka, che sul letto di morte gli ha chiesto di raggiungerla e proteggerla, ma in realtà è morto nel 1970 sull’isola e ora è il suo spirito, insieme a quello di Sayaka, che stanno proteggendo e aiutando Ruka.

Pian piano si scopre che anche il padre di Ruka, Souya, ha dei segreti, infatti era diventato ossessionato dal trovare una danza rituale da abbinare a una masche­ra speciale che avrebbe indossato il bal­lerino e avrebbe purificato gli isolani.

La ballerina prescelta è Sakuya, la sorel­la di Haibara, e le cinque ancelle sono le cinque bambine rapite da Haibara. Il rituale però fallisce, Sakuya raggiunge lo stadio finale della Malattia della Luna nascosta e cade in coma, e le cinque bambine, che sono infette anche loro, svengono e perdono tutti ricordi. Due anni dopo, la catastrofe che stermina tutti gli isolani è Sakuya che si risveglia e infetta tutti, perfino Souya, proprio mentre Ruka e Sayaka lasciano l’isola salvandosi.

Ruka deve riuscire a trovare tutti i pezzi della maschera creata dal padre e terminare la danza del rituale in modo da poter guarire e far riposare in pace per l’eternità Sakuya.

A differenza dei precedenti capitoli, questo mi è piaciuto pochissimo. La storia di fondo è raccontata quasi tutta nelle ultime ore del gioco, all’inizio troviamo molti documenti da leggere, troppi documenti, che raccontano di pa­zienti del sanatorio che non incontriamo mai e che non ci serve conoscere al fine della storia, oltretutto è troppo ripetitivo, si continua a fare e vedere le stesse cose con tutti i personaggi. Anche i combattimenti sono troppi e tutti concentrati insieme, e ci si ritrova a fare un’ora di soli combattimenti e un’ora di sola lettura alternate.

Un titolo che per me è bocciato e che non si sente la mancanza se si passa dal terzo al quinto, seguendo le pubblicazioni italiane.

Micol Borzatta

Guardato su YouTube

RECENSIONE – Un sogno (quasi) reale – Simone Ceccarelli – Joker Edizioni 2021

TRAMA

Simone Ceccarelli ci conduce all'osservazione critica dell'esistenza attraverso un evento surreale, com'è nel suo stile: questa volta si tratta di un sogno complicato nel quale compaiono personaggi dalla forte connotazione autobiografica che interagiscono con il lettore interpellandone la coscienza e mettendo a nudo le comuni apprensioni, ma anche le fobie e gli istinti in una continua ricerca di senso. Non sfugge all'indagine dell'autore il rapporto con le cronache della complicata realtà dei nostri tempi, dove trova spazio anche la pandemia, esito ultimo di un progresso insensato e volgare, privo di cultura e volto solo al consumismo e all'acquisizione di potere, peraltro effimero. L'occasione di una nuova vita che si affaccia sul mondo spinge tuttavia Simone Ceccarelli a intravedere nella crisi l'opportunità e i segni di un possibile recupero dei valori che con acume definisce "restaurazione psichica", una rinascita interiore che viene incoraggiata dalla soave musica che accompagna il risveglio.

RECENSIONE

Siamo ai giorni nostri. La società è colpita dalla calamità del coronavirus che sta bloccando tutti e ci sta facendo allontanare, non solo dalla quotidianità a cui eravamo abituati, ma anche dalle altre persone, ci sta distanziando, facendoci perdere la voglia di socializzare e di conoscere il prossimo.

L’autore, in questo periodo molto difficile, riceve una notizia che gli cambierà la vita, una notizia stupenda: la moglie è incinta.

È così che incomincia il romanzo, con un’approfondita riflessione sulla società in cui viviamo, sul periodo difficile, sulle cause che hanno portato a questo periodo, e non tanto le cause scientifiche, ma quelle morali e comportamentali della società, quello a cui ci hanno abituato e che ormai facciamo anche senza accorgercene, al menefreghismo verso il pianeta, al consumismo e alla ricerca di potere scavalcando tutti e tutto.

In 64 pagine l’autore riesce a creare un dialogo diretto con il lettore, partendo da un evento molto surreale, come può essere un sogno, per approfondire tematiche molto serie adatte per instaurare una lunga discussione, uno scambio di idee, diventando una scrittura didattica adatta alle classi della nuova generazione che si trova per le mani il futuro del mondo, che ha ereditato gli sbagli del passato pensando che sia la normalità e che potrebbe imparare a essere il cambiamento.

Un libriccino che si legge in un paio d’ore ad andar lenti, ma che ha davvero un forte impatto, e che va letto per poterlo capire e cogliere appieno, non si può raccontare.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

RECENSIONE – Cosa temono i mostri – Matt Hayward – Dunwich 2021

TRAMA

Dopo essersi svegliato troppe volte tra i suoi escrementi, Peter Laughlin, musicista rock di trentacinque anni, pensa di farla finita. Eppure, dopo aver letto l'annuncio di una clinica per la riabilitazione su un giornale, e dopo aver scoperto che la sua avventura di una notte con la vecchia amica Bethany ha portato a una gravidanza, Peter decide di provare a tornare pulito. Di nuovo. Solo che stavolta le cose andranno in modo diverso. Al Centro di Riabilitazione Dawson tutto sembra fantastico. Peter farà presto amicizia con Henry Randolph, un alcolizzato sulla sessantina, che, insieme a Donald Bove, Shelley Matthews, Jamie Peters e un minorato mentale di nome Walter Cartwright, costituisce il resto degli ospiti. Ma al Centro di Riabilitazione Dawson c'è qualcosa che non va. Peter e Henry non si fidano del terapeuta, un uomo di nome Jerry Fisher. Jerry custodisce un segreto. Un segreto antico e terribile. Nascosto nei boschi della Pennsylvania, in una fattoria di proprietà del dottor Dawson, Peter si ritroverà ad affrontare Phobos, il grande Dio della Paura. Per sconfiggerlo, dovrà mettere da parte i suoi dubbi e rispondere a una domanda fondamentale: cosa temono i mostri?

RECENSIONE

Romanzo horror molto ben strutturato, con una buona base che viene sviluppata con minuzia.

Partiamo subito con un prologo che ci fa esclamare immediatamente What the fuck? sia per il suo contenuto che per com’è scritto. Infatti siamo in uno studio psichiatrico, vediamo entrare la paziente, una donna molto magra, in lutto a causa della morte del marito, che non sa più cosa fare, e il luminare, il dottor Dawson, che cerca di rassicurarla, di tranquillizzarla, vuole farle superare il suo dolore e il suo trauma, quando a un tratto se ne esce con una domanda che ci fa sentire tutti presi in giro: E se ti dicessi che puoi rivedere tuo marito?

Ovviamente la nostra reazione è la stessa della paziente, la voglia di mandarlo a quel paese sentendoci quasi insultati, tutti sappiamo che nessuno torna dal mondo dei morti, ma proprio in quel momento vediamo entrare dalla porta il marito della signora, un corpo mezzo putrefatto, un vero e proprio cadavere che cammina, lo shock è totale, sia nostro che quello della signora, specialmente quando il cadavere si avvicina e inizia a strozzarla fino a ucciderla.

In tutto questo lo psichiatra guarda senza fare nulla, anzi, quando la donna è morta aspetta che si rialzi, tanto sa che accadrà, ma quando la donna inizia a risvegliarsi contemporaneamente si gonfia fino a esplodere. Lo psichiatra è nero, sia perché il suo studio è tutto sporco, compresi i suoi libri antichi, sia perché ora deve occuparsi di sistemare quel macello e far sparire tutto, ma non può sfogarsi troppo, lo spirito che ha fatto muovere prima il marito e poi ha fatto esplodere la donna si chiama Phobos, è un demone, e se non gli trova un altro corpo o se lo fa arrabbiare, rischia che decida di prendere lui come contenitore.

Questo è solo il prologo, sono circa quattro o cinque pagine, ma già riescono a creare un atmosfera di terrore e di paura che si insinuano nel lettore, lo catturano e non lo abbandonano, portandolo a saltare in aria ogni volta che sente un rumore sospetto in casa, anche dopo essersi staccato dal libro per impegni vari.

A questo punto inizia la storia vera e propria, conosciamo Peter, un ex musicista caduto in disgrazia, alcolizzato al punto tale che i pochi spiccioli che riesce a recuperare lavorando in un pub li spende in alcool invece che in cibo, fino a quando una mattina non cerca di suicidarsi. Compra una serie di lamette, si piazza in bagno, ma quando si guarda allo specchio il coraggio inizia a mancargli, per poi sparire del tutto quando vede un annuncio di un centro di recupero diretto dal dottor Dawson, esatto lo stesso dottore del prologo.

Sei un perdente.
«Non è vero.»
Nessuno vuole starti vicino perché sei triste. E patetico. Lavori in un bar e ancora sogni di tornare a essere un musicista professionista. E forse, e dico forse, un tempo hai avuto la tua possibilità, ma non sei mai stato il tipo capace di lavorare sodo. Hai sempre fatto le cose a metà. Sempre.

La caduta di Peter viene descritta molto minuziosamente e in modo anche molto duro e crudo, dal suo svegliarsi nelle sue feci, alla sua voglia di farla finita, al suo reputarsi un fallito e non degno di condividere l’aria con le persone che gli stanno intorno. Sensazioni molto forti che riusciamo a percepire quasi sulla nostra pelle, creando un legame ematico tra lui e noi, che ci porta a incentivarlo a reagire, a superare la depressione, a chiedere aiuto, ma quando leggiamo che vuole andare nel centro di Dawson, vorremmo anche gridargli vai da un’altra parte, lascia stare quel centro, non credere a quello che c’è scritto, ma tanto non ci sentirebbe.

È così che Peter si reca al centro, in questa fattoria sperduta circondata da un anello di sale, che Peter interpreta come anti lumache per salvaguardare il raccolto, anche se non c’è nessun raccolto, insieme ad altri cinque pazienti, e subito, appena leggiamo la descrizione del luogo quando arrivano ci sentiamo male, i brividi iniziano a correre per tutta la spina dorsale, la pelle d’oca inizia a ricoprirci e i capelli a drizzarsi in testa.

E da questo momento, infatti, le cose iniziano ad andare a rotoli, un continuo peggioramento, niente è quello che sembrava, ovviamente come ci eravamo immaginati collegando il nome del dottore, e anche oltre a quello che ci eravamo immaginati.

Una lettura intensa, ricca di emozioni, coinvolgente, molto più adatta a un periodo come Halloween che a quello estivo, ma che riesce comunque a terrorizzarti anche in piena estate, e non solo se letto di notte al buio, ma anche in pieno giorno, con il sole che spacca le pietre e la gente intorno.

Una storia incredibile davvero ben strutturata e che funziona in ogni sua parte, non troppo corta e nemmeno troppo lunga, si prende esattamente il numero di pagine che servono, e che scorrono talmente veloci che non ci accorgiamo nemmeno di essere arrivati alla fine.

Le atmosfere sono incredibili e ti rimangono impresse per molto tempo dopo la lettura, facendoti ripensare alla storia continuamente, e ogni volta penetrando ancora di più nel profondo, fino a quando non riuscirai più a cancellarla e diventerà per sempre una parte di te.

Un libro horror come ultimamente ce ne sono pochi, sensazioni che mi hanno ricordato i primissimi libri di Stephen King, che a distanza di decenni si ricordano ancora e riescono ancora a darti i brividi al solo pensarli.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

RECENSIONE – L’eredità di Mrs. Westaway – Ruth Ware – Corbaccio 2019

TRAMA

Ogni famiglia ha i suoi segreti. E per alcuni vale la pena di uccidere

«Una storia dark da una delle migliori autrici di thriller in circolazione» - Independent

«I romanzi di Ruth Ware evocano a buon diritto i gialli di Agatha Christie: hanno quell'affascinante sapore classico unito a un'ambientazione contemporanea» - Kirkus Reviews

«Un classico non passa mai di moda. Immaginate la disinvolta semplicità di un martiny dry, di una lampadina a incandescenza e dell'abito da sposa di Meghan Markle. Aggiungete ora a questi ingredienti il nuovo romanzo di Ruth Ware... Un racconto di suspense perfettamente orchestrato alla maniera di "Rebecca" di Daphne du Maurier» - The Washington Post

Harriet Westaway vive a Brighton in un piccolo appartamento. Sua madre, che l’ha cresciuta da sola, è morta in un incidente stradale poco prima del suo diciottesimo compleanno e Harriet, dopo aver abbandonato la scuola, ha perso i contatti con tutti gli amici. Un giorno riceve una lettera inaspettata dalla Cornovaglia: la nonna, morendo, le ha lasciato una cospicua eredità. Da una parte è una notizia fantastica, perché Harriet si trova in una pessima situazione finanziaria ed è indebitata con un usuraio, dall’altra è una notizia piuttosto strana, perché la sua vera nonna è morta più di vent’anni prima. Evidentemente si tratta di un caso di omonimia, che però Harriet decide di sfruttare a suo vantaggio utilizzando le sue capacità manipolatorie che le permettono di sopravvivere come cartomante, lo stesso lavoro che faceva sua madre. Se c’è una persona in grado di partecipare a un funerale reclamando un’eredità che non le spetta è proprio lei. Ma Harriet non sa quello che la attende e ignora che la sua decisione cambierà drasticamente la sua vita per sempre. Perché non potrà più tornare indietro, nemmeno quando si renderà conto di correre un rischio mortale.

RECENSIONE

Una è dolore
Due è gioia
Tre è femmina
Quattro è maschio
Cinque è argento
Sei è oro
Sette è un segreto
da non svelare mai


Un altro ottimo romanzo thriller psicologico di Ruth Ware.

Il romanzo inizia subito presentandoci il personaggio di Harriett Westaway, detta Hal, una ragazza rimasta orfana poco prima del compimento del suo diciottesimo anno, e che ha dovuto fare salti mortali per campare, e tocca il fondo quando è costretta a chiedere un prestito a uno strozzino. Prestito che vede diventare sei volte tanto a causa degli interessi.

Quando un giorno arriva una lettera, da parte di un avvocato, che le comunica che è la beneficiaria di un’enorme eredità, la sua vita cambia radicalmente, molti segreti verranno alla luce e molte vite saranno a rischio.

Il tono del romanzo è scorrevole, un ottimo mix tra Agatha Christie e Joël Dicker in cui vengono approfonditi i temi della famiglia e dei sentimenti.

I personaggi sono descritti con mille sfumature e durante la storia hanno molti cambiamenti, legati a loro stessi e alle situazioni che devono affrontare.

Le ambientazioni sono molto visive e creano un’atmosfera intensa che coinvolge appieno il lettore, che si sente catturato dalle pagine, trasportato dentro la storia e rapito per tutta la durata della lettura.

La narrazione segue una linea temporale dritta, a volte frammentata da pagine di diario che svelano alcune parti del passato, che rispondono ad alcune domande.

Una lettura davvero piacevole ed evasiva.

Micol Borzatta

Copia di proprietà