Il fantasma di Elmwood Manor, Pamela McCord (Dunwich 2019) a cura di Micol Borzatta

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Pekin Dewlap ha da sempre visto i fantasmi, per lei era normale, ma al compimento dei suoi dodici anni, di colpo tutti i fantasmi scomparvero dalla sua vita, lasciandole un enorme vuoto.

Vuoto che decide di colmare anni dopo aprendo un’attività come investigatrice del paranormale in modo da liberare case stregate, aiutando i fantasmi a passare oltre.

Nell’attività fa partecipare anche i suoi due migliori amici, Amber e Scout, che vengono messi al corrente della cosa so­lo quando Pekin riceve l’incarico di liberare una casa in Elmwood Manor.

Pekin e Scout si recano a colloquio con la signora Collins, la proprietaria di Elmwood Manor che racconta loro che la casa è impregnata da un’aura malvagia da quando nel 1918 Miranda Talbot, una ragazzina che viveva nella casa, è scom­parsa e nessuno ha mai saputo più nulla di cosa le fosse suc­cesso.

Pekin decide di andare nella casa in questione il sabato se­guente, in modo da avere tutto il giorno a disposizione e non rischiare di doversi fermare dopo il tramonto.

Nonostante la sua riluttanza al gruppo si aggiunge anche Amber, in modo che il trio di amici sia completa e quella nuo­va avventura dentro a Elmwood Manor potesse iniziare.

Romanzo horror dedicato a un pubblico giovane che dà il via a una nuova collana dedicata a Perkin Dewlap.

La storia colpisce fin da subito, permettendo al lettore di affezionarsi immediatamente a Pekin, che consideriamo su­bito come una sorellina minore da proteggere.

Gli altri due protagonisti, Amber e Scout, vengono descritti come due bambini immaturi che non sanno cosa voglia dire portare rispetto per quello che riguarda un lavoro.

Per tutta la narrazione, anche mentre sono dentro alla casa, Amber ha un atteggiamento piagnucoloso, insopportabile e irritante, mentre invece Scout cambia, diventa molto più pro­fessionale e maturo.

La storia ha un buon impatto, le ambientazioni sono molto ben descritte e, nonostante sia destinato a un pubblico giova­ne, sa conquistare anche un pubblico più maturo creando intorno al lettore un’atmosfera cupa e ansiogena davve­ro forte.

Lo stile narrativo è molto semplice, non si fa fatica a credere che a parlare siano dei ragazzini.

Una lettura davvero piacevole ed emozionante.

Micol Borzatta

Copia ricevuta dalla casa editrice

La casa d’Inferno, Richard Matheson (Fanucci 2008) a cura di Micol Borzatta

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Dicembre 1970, dal 18 al 24

Rolf Rudolph Deutsch chiama a colloquio il dottor Barrett per farlo indagare sulla vita ultraterrena, e per svolgere l’incarico lo manda a casa Belasco, nel Maine, conosciuta come la casa d’Inferno, ovvero la casa più infestata mai conosciuta, al punto che i Belasco la murarono trent’anni prima, ma ora di proprietà di Deutsch.

Insieme al dottor Barrett vengono inviati sul posto anche Florence Tanner e Benjamin Franklin Fisher.

La prima è una medium spiritualista e il secondo l’unico superstite del disastro del 1940.

Per lo studio della casa viene preparato, pulito e orga­nizzato tutto, anche per il servizio dei pasti, che sarà effettuato da due abitanti del paese vicino, Caribou
Falls, ma che si sono rifiutati di fermarsi anche la notte.

Tutto è pronto, ma William Reinhardt Deutsch, figlio di Rolf Rudolph Deutsch, si intromette per cercare di interrompere tutto.

Già per due volte la casa era stata meta di studio, la prima nel 1931 e la seconda nel 1940, ed entrambi era­no finiti in modo disastroso, per un totale di otto vit­time, tra chi rimase ucciso, chi si suicidò e chi ne uscì pazzo, unico superstite Fisher.

Il 21 dicembre mattina la squadra arrivò alla ca­sa di Emeric Belasco.

Vicino alla casa c’era uno stagno chiamato la palude dei Bastardi perchè ci venivano affogati i neonati nati dalle amanti di Belasco, e si sa che erano almeno tredici.

Nella casa c’era anche una cappella il cui Cristo in croce era stato munito di un fallo e alle pareti erano rappresen­tate orge di ogni tipo.

Belasco era figlio di un uomo sposato e di un’attrice inglese, motivo per cui prese il cognome della madre.

A soli cinque anni impiccò un gatto per vedere se resuscitava per usare un’altra delle nove vite, non acca­dendo si fece prendere dalla rabbia, fece a pezzi il cadavere e gettò i pezzi dalla finestra di casa.

Successivamente ebbe atti di violenza carnale nei confronti della sorellina, aveva solo undici anni, e fu mandato in collegio, dove insegnanti e compagni abusarono sessualmente di lui.

Anni dopo Belasco inviterà il docente a casa sua per una settimana, al termine della quale il docente si impiccò.

Crescendo si dedicò sempre di più al potere che la mente può esercitare sul prossimo, portando chiunque a fare quello che voleva, specialmente nelle cose più
turpi.

Da quel momento le cose andarono sempre peggio, le morti diventarono sempre più numerose e gli eventi sempre più lussuriosi.

Il dottor Barrett e la sua squadra, utilizzando tutte le tecniche più scientifiche dell’epoca, cercano di dimostrare la presenza empatica nella casa e di esorcizzarla.

Un ottimo romanzo horror che sa diventare originale utilizzando uno stile molto particolare.

Il romanzo è infatti un lunghissimo elenco di cliché legati alla casa stregata, ma sviluppati e studiati su base scientifica, dando così una luce tutta diversa ai soliti romanzi sulle case infestate, al punto tale che viene preso come ispirazione da Stephen King nel suo romanzo Le notti di Salem per descrivere sia casa Marsten che Hubert Marsten.

Le descrizioni vengono fatte in modo minuzioso ed evo­cativo che ci porta a sentirci dentro alla storia, dentro alla casa, coinvolti nelle manifestazioni spiritiche.

Una lettura veramente coinvolgente come poche ne esistono.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

Kill Creek, Scott Thomas (Rizzoli 2019) a cura di Micol Borzatta

48083C0E-D0DE-4213-8796-AE4EBCB01D03La casa sul kill Creek venne costruita nel 1859.

Poco tempo dopo il padrone di casa e costruttore viene ucciso insieme alla donna che amava e lei, dopo essere stata uccisa, ven­ne impiccata all’unico albero del giardino, e tutto perché era di colore.

Da quel momento la casa rimane disabitata e inizia ad assume­re un’aurea di mistero, come per le migliori case infestate.

Ogni tanto qualcuno provava a comprarla, ma non ci rimaneva mai per più di un anno. Le motivazioni sono molteplici, ma quella che accomunava tutti gli abbandoni era la temperatura.

In quella casa sembrava ci fossero sempre dieci gradi in meno rispetto all’esterno, era gelida e sembrava impossibile scaldar­la.

Così anno dopo anno la casa prese sempre più la nomea di luogo malvagio, stregato, infestato.

Nel 1961 la casa divenne di proprietà della contea, fino a quan­do nel 1975 viene acquistata dalle gemelle sessantottenne Rachel e Rebecca Finch, che non si interessarono nè preoccu­parono del passato oscuro della casa.

Rachel era quella che si occupava di relazionarsi con la gente e di pagare la manodopera per riportare la casa ai vecchi splendori.

Rebecca, invece, costretta su una sedia a rotelle, preferiva ri­manere nella sua stanza del secondo piano, dicendo che li ave­va tutta la compagnia che desiderava.

Dopo due anni Rebecca morì per problemi cardiaci, Rachel si chiuse in casa per cinque anni, quando decise di aprire la casa, nel 1982, per un’intervista con lo parapsicologo Malcom Adadel, dalla quale nacque un libro che fece conoscere Kill Creek a tutto il paese.

Nel 1998, a novantun anni, Rachel morì, e il suo corpo venne scoperto qualche settimana dopo quando alcuni adolescenti, durante una prova di coraggio, entrarono nel giardino della casa e trovarono Rachel impiccata allo stesso ramo a cui era stata appesa l’amata del costruttore.

Come da testamento tutti i loro averi rimasero dentro la casa e il secondo piano rimase sigillato da un muro di mattoni come se la casa non lo avesse mai avuto.

La casa tornò di proprietà della contea di Douglas e l’unico interesse che attirava era solo verso i curiosi che cercavano di entrare, costringendo nel 2008 la contea a ereggere una recinzione per tenere fuori i curiosi.

E questo è solo il prologo, e gia’ la narrazione ci porta a conoscere a fondo la casa, ad amarla, a volerla vedere, tocca­re, parlare, come a dimostrazione del rispetto che le portia­mo, perchè è impossibile non amarla e rispettarla.

Un’attrazione che per ora ho provato solo con testi come L’incubo di Hill House e Il diario di Ellen Rimbauer: la mia vita a Rose Red opere in cui la casa occupa un ruolo di rilie­vo e la sua descrizione ti entra nell’animo diventando parte di te.

Feci un altro passo verso l’abisso.
«Cosa c’è quaggiu?» Domandai a voce alta.
Avvertivo la sua presenza, in cima alle scale.
«Non si preoccupi» rispose Rachel. «È ancora più impaurita di lei.»
La sentii ridacchiare, una risata che le si fermò in gola, senza ar­rivare davvero alle labbra.
Come sempre, avrei dovuto vedere con i miei occhi.

Dottor Malcolm Adadel, “Prateria di fantasmi”.

Finito il prologo saltiamo ai giorni nostri e ci troviamo in un’aula a seguire la lezione sulla storia dell’horror di un certo Sam McGarver, docente e scrittore horror con alle
spalle uno strano segreto.

Sam dovrebbe scrivere un nuovo romanzo, ma sta passando un blocco dello scrittore quando gli arriva una mail da un indiriz­zo sconosciuto con uno strano invito.

T. C. Moore è una scrittrice dell’ horror, di quello molto pe­sante e shockante.

Dopo un incontro con coloro che hanno comprato i diritti di un suo libro per farne un film, in cui scopre che lo hanno trasformato in una storiella d’amore con qualche brivido torna a casa arrabbiata nera e trova, attaccata alla porta, una busta contenente uno strano invito.

L’invito li porta a parlare con un certo Wainwright che pro­pone loro uno strano progetto: passare 48 ore nella casa delle sorelle Finch a Kill Creek.

Cappie Novak e il figlio Deke vengono inviati a sistemare la casa, in modo che possa ospitare dei visitatori per un paio di giorni.

Mentre Deke era impegnato a lavorare sul retro della casa, Cappie si avventura verso la porta d’ingresso e, sentendo dei rumori provenienti dall’interno decide di aprirla, quando una strana folata di vento lo oltrepassa, come se la casa avesse respirato.

Questi primi capitoli sono un po’ lenti, pieni di mistero ma sen­za azione, ma risultano molto interessanti e presentano i vari protagonisti della storia, descrivendoli nella loro routine quoti­diana, in modo che noi lettori possiamo percepirli come persone normali, reali, capendo a fondo il loro carattere, il loro modo di pensare, di agire, le loro paure e i loro segreti.

Non poteva raccontare di quell’esperienza ai ragazzi del bar. Non poteva parlarne nemmeno con Deke. Avrebbero pensato che era pazzo. E quella era una follia. Su quella veranda, però, Cappie era pronto a giurare che la casa avesse respirato.

All’esperimento parteciperanno Sam McGarver, T. C. Moore, Sebastian Cole e Daniel Slaughter, i quattro maggiori scrittori horror, Wainwright e la fotografa assistente Kate.

Il progetto consisteva nel passare dalla mattina del 31 ot­tobre fino a metà giornata del 01 novembre nella casa sul Kill Creek e partecipare a un’intervista in diretta streaming.

«lo adoro l’orrore. C’è qualcosa di grande nel lasciare che un’al­tra persona ti accompagni in un’oscurità che è sia così terrifican­te da essere insopportabile, sia eccitante in maniera squisita. E io mi sono affidato a ciascuno di voi, perchè mi guidasse in quell’oscurità…»

Tutta la parte della preparazione del soggiorno, ovvero l’in­contro con l’organizzatore del progetto può sembrare lento, ma trasmette un senso di attesa e di ansia fortissimi, sen­sazioni che ti portano a  voler chiudere il libro perché già stai saltando per ogni rumore che senti intorno a te, nonostante non sia ancora successo nulla, in fondo nella casa non siamo ancora entrati, ma non siamo nemmeno vicini.

Quando entrai nella casa, trovai una cosa a cui ero profonda­mente impreparato: un silenzio opprimente. Neanche un ru­more mi riempiva le orecchie. Nemmeno il ticchettio di un oro­logio. Nemmeno un’asse che scricchiolava. Solo il lieve sus­surro del mio respiro, e di quello di Rachel al mio fianco.
«È sempre così silenziosa?» le domandai.
Rachel sogghignò.
«No» disse, e così cominciò la mia visita alla casa di Kill Creek.

Dottor Malcolm Adadel, “Prateria di fantasmi”.

Dopo vari battibecchi, punzecchiature e simil litigi, che han­no accompagnato tutto il viaggio fino all’immenso edificio che era la casa delle gemelle Finch, il gruppo si presta final­mente a entrare e…

Basta della trama non vi dico più nulla, dovete leggerlo.

Ho trovato carino che l’autore utilizzasse come inizio del­le parti che compongono il romanzo, parti di un saggio docu­mentario scritto nel romanzo, creando così una sorta di li­bro nel libro che dà a tutta la storia una sensazione da trat­to da una storia, nonostante sappiamo benissimo sia tut­to inventato.

Lo stile narrativo rimane sempre molto scorrevole, con de­scrizioni veramente visive che ci catturano il cervello e lo tengono in ostaggio.

Unica critica al ritmo sono i flashback che durano troppo spezzando l’atmosfera creata e a volte il senso ansiogeno creato.

Un romanzo eccezionale che mi ha saputo sorprendere.

Micol Borzatta

Copia di proprietà

The confession killer, serie tv ideata da Robert Kenner e Taki Oldham

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Miniserie in cinque puntate che documenta la storia di Henry Lee Lucas, un serial killer che ha confessato più di 600 omicidi, per poi ritrattare tutto.

Henry Lee Lucas, soprannominato the confession killer è cono­sciuto in America come il serial killer più prolifero mai esistito, con all’attivo più di 600 omicidi confessati.

Nonostante nessuno dei casi avesse un collegamento diretto con il caso, prove che dimostravano la sua colpevolezza, la sua confessione in cui comparivano particolari che solo il colpevole poteva conoscere, vennero considerate sufficienti per chiudere i casi.

Tempo dopo, vicino alla sentenza di morte, ritratta tutto dichiaran­do di aver inventato tutto, di aver detto solo quello che credeva che i poliziotti volessero sentirsi dire.

A quel punto un giornalista decide di vederci chiaro e indagare, scoprendo molte incongruenze ed elementi impossibili nella li­nea temporale, elementi che avrebbero come unica spiegazione l’ubiquità di Lucas.

La serie è composta da interviste, filmati e registrazioni originali interrogatori, interviste ai familiari delle vittime e alle scoperte fatte dai giornalisti e dagli avvocati.

Lucas morì in carcere di malattia, poco prima dell’esecuzione della pena di morte.

Le puntate sono molto scorrevoli e avvincenti, tengono lo spetta­tore incollato allo schermo per tutto il tempo e fa riflettere sul com­portamento della polizia americana e sul loro voler chiudere a tutti i costi i casi senza controllare veramente le prove.

Infatti sembrerebbe che tutte le confessioni siano state guidate e imbeccate dalla polizia.

Una serie documentario sconvolgente.

Micol Borzatta

Vista su Netflix

Il fuoco del sospetto, Elizabeth Giulia Grey (Self Publishing 2020) – Cover reveal

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Autore: Elizabeth Giulia Grey
Titolo: Il fuoco del sospetto
Serie: Firefighters serie
Volume della serie: #1
Genere: Romantic Suspense

Sinossi:

Uno strano omicidio si consuma fra le tranquille mura di un appartamento di Manhattan. A compierlo è un uomo misterioso, dal sorriso affascinante e dall’aspetto rassicurante.
Intanto, a pochi isolati di distanza, nella caserma dei vigili del fuoco che serve quello stesso quartiere, Julia Ravera è alle prese con il suo primo giorno da recluta. L’accoglienza che riceve è singolare: se da un lato c’è chi la guarda con curiosità e calore, dall’altro un maschilismo latente sembra non volerle dare tregua. E poi c’è lui, Jamie Fox, il tenente dal carattere solare e dalla bellezza hollywookiana che, appena la vede, si trasforma: il suo viso diventa di pietra, il suo sguardo si incendia, mentre il suo sorriso si spegne con la stessa velocità con cui un fuocherello di campo viene placato da una secchiata di acqua ghiacciata. Jamie la odia per qualche ragione che Julia non riesce a comprendere. Tuttavia non c’è il tempo di approfondire quella strana avversione, perché, durante un intervento, la sua squadra si imbatte in un cadavere quasi totalmente carbonizzato. Indagando in modo discreto, Julia scopre trattarsi della terza vittima morta in circostanze oscure in pochi mesi. La parola serial killer inizia a ossessionarla e, più i giorni passano, più quel dubbio diviene certezza.
Ma di chi può trattarsi? Possibile che le voci che circolano in caserma corrispondano alla realtà? E perché sembra che nessuno voglia metterla al corrente di ciò che sta accadendo?
Sussurri inquietanti, parole appena accennate, frasi lasciate in sospeso.
Poco per volta, però, quasi senza accorgersene, Julia si avvicina alla verità, forse troppo. Il più preoccupato è Jamie, il quale, lottando contro l’ostilità che prova nei suoi confronti, tenta di metterla in guardia, ma non basta perché ormai il vaso di Pandora è scoperchiato.
Il male che incombeva da lontano diventa un pericolo concreto che li coinvolgerà tutti, conducendo a un atto finale ai limiti della tragedia in cui Julia e Jamie saranno costretti a mettere in gioco ogni cosa e a fare i conti con il passato, il presente e il futuro.

Ambiente e tempo:

Le vicende narrate si svolgono ai giorni nostri e sono ambientate a New York.

Personaggi:

Julia Ravera è una giovane donna che ha dovuto fare i conti con la morte quando era solo una bambina. Il fuoco le ha portato via tutto: la famiglia, l’infanzia e la serenità, ma non la voglia di lottare. Adottata da un vigile del fuoco intervenuto sul luogo dell’incendio, Julia ha saputo convertire il dolore e la solitudine in voglia di riscatto. Dotata di un animo nobile e di una sensibilità innata, scopre ben presto che la sua vera vocazione è aiutare gli altri. Nessuno deve patire ciò che ha subito lei. La vita del vigile del fuoco, però, non è semplice, specialmente per una donna e Julia deve fare i conti con difficoltà che la mettono a dura prova, ma che non riescono a scalfire in alcun modo la sua determinazione.

Jamie Fox è uno dei due tenenti della squadra a cui viene assegnata Julia. Ama il suo lavoro, ha un rapporto di rispetto e fiducia con ciascuno dei suoi uomini ed è allegro e spigliato, nonostante la vita non sia stata clemente neppure con lui: Jamie ha perso il padre, anch’egli vigile del fuoco, quando era appena un adolescente e ciò ha lasciato ferite mai davvero rimarginate che l’arrivo di Julia inevitabilmente riapre. Combattuto tra un innato senso del dovere e un odio viscerale che il viso della ragazza gli suscita, Jamie è costretto a intraprendere un percorso di crescita e riscoperta di se stesso che lo cambierà profondamente e che lo aiuterà a fare i conti con un passato mai davvero compreso.

Narrazione:

La narrazione è in terza persona e a focalizzazione interna. Il punto di vista scelto e approfondito è, alternativamente, quello dei vari protagonisti.

Biografia e opere:

Elizabeth Giulia Grey è nata a New York il 25 agosto 1973 da madre italiana e padre americano. La sua vita si è svolta prevalentemente in Italia, dove si è trasferita con la madre all’età di quattro anni. È avvocato e vive a Varese con le due figlie Alice e Alessia e il compagno Manuel.

Elizabeth ha sempre amato il mondo della narrativa, fin dai tempi delle scuole, prima come semplice lettrice, poi, piano piano, nella veste sempre più consapevole di autrice. I suoi primi tentativi risalgono all’età adolescenziale quando iniziò a scrivere un paio di romanzi fantastici che, tuttavia, vennero abbandonati in corso d’opera e mai terminati. Risucchiata dagli impegni scolastici prima e lavorativi poi, non ha più pensato a coltivare questa passione finché, trovatasi improvvisamente senza lavoro, ha deciso di approfittare di un avvenimento sfavorevole per trasformarlo in una vera e propria opportunità. Scrivere l’ha aiutata a superare un momento difficile e, nello stesso tempo, a riscoprire un mondo mai davvero dimenticato.

Il fuoco del sospetto è il suo sesto romanzo e fa parte della serie Firefighters di cui ogni capitolo ha vita a sé, pur essendo in qualche modo collegato con gli altri.

Altri romanzi dell’autrice:

The right man
La brace sotto la cenere, The right man
La rivincita, The right man
La vendetta, La partita perfetta e Ethan
L’angelo del silenzio,

Tutti disponibili su Amazon.

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Un estraneo al mio fianco, Ann Rule (TEA 2016) a cura di Micol Borzatta

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Romanzo non fiction confermato e programmato nel 1974, in cui veniva chiesto all’autrice di documen­tare un caso molto complicato di un serial killer che ha ammazzato più di dodici ragazze.

Andando avanti con le indagini, quando viene scoper­ta l’identità del killer, le cose prendono una piega difficile per Ann Role, perché Ted Bundy era un suo amico, credeva di conoscerlo bene.

Così quello che doveva essere un saggio che documen­tava dall’esterno un terribile crimine, è diventato un libro molto personale dove si approfondisce un rappor­to di amicizia e le conseguenze che certi atti possono avere su un legame che dovrebbe essere puro, un le­game durato molti anni, nato negli uffici del tele­fono amico dove la Rule e Bundy facevano i volontari, lui un ventiquattrenne studente di giurisprudenza, lei una madre e scrittrice free-lance in attesa di sfonda­re e potersi mantenere.

Sono sicura che l’interesse per la legge avvicinò me e Ted, ci fornì un terreno comune di discussione, pro­prio come la passione per la psicologia della mente
malata. Tuttavia mi è sempre sembrato che ci fosse qualcosa di più, qualcosa di effimero.

Tallahassee, 08 gennaio 1978, Florida

Theodore Robert Bundy ha cambiato nome in Chris Hagen dopo essere evaso dalla Garfield County Tail.

Imparando dagli errori commessi dai suoi compagni di prigione, Bundy ha creato diversi documenti di identità e si era abbassato l’età da trentun anni a ventitré, si era iscritto all’università come studente post-laurea e ha cercato un lavoro come operaio
semplice, tenendo così un basso profilo.

Un basso profilo che gli avrebbe permesso di rifarsi una nuova vita invece di essere processato il mattino successivo a Colorado Springs.

America 1946

Eleanor Louise Cowell era la figlia ventiduenne di una famiglia molto religiosa di Philadelphia, quan­do rimise incinta in un rapporto prematrimoniale.

A quei tempi l’aborto era escluso, era illegale oltre che vietato dalla religione, senza contare che la ragazza già amava quel bambino mai nato, così fu costretta a lasciare casa sua e la sua fami­glia ed entrò nella Elizabeth Lund home for Unwed Mathers a Burlington, una casa per ra­gazze madri.

Fu così che il 24 novembre 1946, nel Vermont, nacque Theodore Robert Cowell.

Eleanor decise di tornare a casa dei genitori che l’ac­cettarono alla condizione che Theodore credesse che loro fossero i suoi genitori ed Eleanor la sorella mag­giore.

Troppa gente però sapeva la verità cosi Eleanor decise di traslocare, farsi chiamare Louise e cam­biare il cognome del figlio in Nelson, e iniziarono una nuova vita a Tacoma a casa di parenti.

Fu proprio a Tacoma che Louise conobbe Johnnie cul Pepper Bundy, appartenente alla vasta famiglia Bundy dei Tacoma.

Il 19 maggio 1951 si sposarono e il bimbo prese il nome di Theodore Robert Bundy, a soli cinque anni.

Ted crebbe, a scuola era sempre il migliore, e per que­sto veniva sempre bullizzato dai compagni di scuola.

L’Unico reo della sua perfetta carriera giovanile furono l’accusa di furto d’auto e rapina. Non ci fu nessuna detenzione e gli incartamenti furono distrutti appena divenne maggiorenne.

Devo ammettere che mi dispiace che il signor Bundy abbia deciso di abbracciare una carriera nel campo della legge invece di continuare la spe­cializzazione in psicologia. Quello che noi perdia­mo, però, lo guadagnate voi. Non ho dubbi sul fatto che Ted Bundy si distinguerà come studente di legge e come professionista, e ve lo raccomando senza riserve.

Poi arrivò il periodo del volontariato al telefono amico, dove Ted conobbe Ann Role e dove aiutò a salvare mol­te vite, Bundy aveva 25 anni, era il 1971.

Nei due anni successivi a nn Ru le vide Ted Bundy solo alle feste di Natale organizzate dall’associazione del telefono amico, mentre il resto dell’anno lo passavano lei a scrivere articoli polizieschi e lui a dedicarsi alla sua carriera e a frequentare due donne, una con cui aveva una relazione da quattro anni, e l’altra il suo primo amo­re dei tempi del college e di cui voleva vendicarsi, Stepha­nie.

Stephanie scrisse a un’amica: «Non so cos’è successo. È cambiato radicalmente. l’ho scampata per un pelo. Quando penso al suo modo di agire, così freddo e cal­colatore, mi vengono i brividi.»

Nel dicembre 1973 Ann Rule viene chiamata a colla­borare a un’indagine nella Thurston County, a un centinaio di chilometri da Seattle, indagine riguardan­te l’omicidio della quindicenne Katherine Merry Devi­ne, che era sparita alla fine di novembre.

Dagli esami preliminari risultò che era stata sodomiz­zata, strangolata e poi le avevano tagliato la gola, e infi­ne gettata in mezzo a un parco dove gli animali si sono
nutriti di lei.

Poco dopo venne chiamata per l’indagine riguardante Joni Lanz, una diciottenne picchiata con una spranga di ferro, che poi le è stata infilata brutalmente nella regi­na, nella sua camera nel dormitorio del campus.

Joni sopravvisse ma riportò pesanti danni cerebrali e la sua memoria rimase ferma a dieci giorni prima dell’ag­gressione.

Da quel momento altri casi vennero fuori e piano piano si scoprì essere tutti collegati.

Era iniziata la caccia al serial killer.

Come dicevo all’inizio, questo libro documentario era nato all’inizio delle indagini e doveva essere un rappor­to dettagliato e distaccato di una caccia al killer, ma quando venne fuori il nome del killer cambiò tutto.

Cambiamento che si nota durante la lettura, infatti se il primo 10% del libro, ovvero la parte di cui vi ho parlato nelle righe precedenti, nonostante si senta il coinvolgi­mento dell’autrice, riesce a rimanere abbastanza distaccata, nel restante 90% il distacco scompare e comprendiamo pienamente lo shock e l’incredulità di
Ann Rule che si apre totalmente con il lettore.

La Rule infatti non si limita a descrivere Bundy solo come il mostro che opinione pubblica e giornalisti han­no divulgato, ma lo descrive come un essere umano, come la persona che ha conosciuto e con cui ha instaurato un fortissimo legame di amicizia, descrivendo così il dolore, l’incredulità e il senso di tradimento quando si è
scoperto essere lui il killer.

Ann Rule riesce ad andare completamente a fondo all’animo di Bundy cercando di scandagliarlo in modo da riuscire quale sia stata la molla che lo ha trasformato in quel modo.

Pur non essendo un romanzo risulta essere molto scor­revole e si legge velocemente, tant’è che non se ne per­cepisce la mole.

Le descrizioni sono veramente molto crude, ma necessa­rie per comprendere l’efferatezza del crimine.

Una lettura interessantissima destinata a chi vuole approfondire il tema della criminologia.

Micol Borzatta

Copia di proprietà.

Il guardiano degli innocenti, Andrzej Sapkowsky (Nord 2010) a cura di Micol Borzatta

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Wyzima

Geralt di Rivia, uno strigo, si reca dal borgomastro Velerad per adempiere a un editto emesso dal Re Foltest, signore di Temeria, Pontare e Mahakam.

L’editto riguarda l’uccisione della strige nata dal rapporto incestuoso tra Foltest e la sorella Adda, morta dando alla luce la figlia quattordici anni prima.

L’oppressione da parte della Strige dura da sei anni e ormai più nessuno abita nel castello, nelle cui catacombe vive la Strige.

Geralt viene condotto davanti al re e accetta l’incarico di provare a salvare la figlia cacciando la maledizione che l’ha trasformata in stringe o, se la cosa dovesse fallire, ucciderla.

Finita la missione Geralt si ritira al tempio di Melitele di Ellander, per farsi curare le ferite subite dalla sacer­dotessa del tempio, la miglior guaritrice che conosca.

Andando via dal tempio, mentre sta cavalcando, vede alcuni uccelli saprofagi volare in cerchio, e quando va a vedere trova due cadaveri uccisi da qualcosa di miste­rioso, così decide di indagare, come da dovere di uno strigo.

Raccolta di racconti prequel della pentalogia dedicata a Geralt di Rivia.

La raccolta è strutturata in modo che ogni racconto sem­bri un capitolo di un’unica storia e ha lo scopo di presen­tarci in modo semplice e leggiadro i vari personaggi, spe­cialmente Geralt.

In questo modo infatti ogni personaggio ha il suo spazio e l’autore riesce a descriverli e a presentarli sotto ogni aspetto senza dover fare lunghe descrizioni che
potrebbero diventare noiose e rallentare la lettura.

Raccolta atipica che riesce a catturare anche chi non ama le raccolte di racconti.

Micol Borzatta

Copia di proprietà.